NEI PANNI DEL BUFFONE
L’abbigliamento dei giullari tra Medioevo ed età moderna

Milano, Editoriale Jouvence, 2015, pp. 155, 90 immagini in b/n e 63 tavole a colori, € 18

Il libro tratta l’evoluzione dell’abbigliamento giullaresco, durato vari secoli, che ha portato alla creazione di uno stereotipo con alcuni elementi caratteristici: l’abbondanza di colori, le orecchie d’asino, i campanelli ed il tipico bastone giullaresco denominato marotte.

nei panni del buffone

Questo volume giunge a completare (per ora…) una tetralogia che comprende anche:

- I giullari in Italia
- Gli occhi della follia
- … E il signor Duca ne rise di buona maniera

A questi va aggiunto un romanzo che ha per protagonista un giullare (Il maestro di tutte l’arti) e il catalogo di una mostra sullo stesso argomento) dedicata alla storia dei giullari e dei buffoni di corte.

Questi lavori hanno impegnato l’autore per circa sette lustri in appassionate ricerche nelle maggiori biblioteche italiane ed europee, e naturalmente anche nel grande mare di Internet. Si potrebbe parlare di una forma di monomania appena al di sotto della patologia clinica, ma che è stata fonte inesauribile di stimoli intellettuali e che ha fruttato anche qualche soddisfazione, sia pure non di tipo economico.

giullare

Indice del volume:

1. In ogni tempo e in ogni paese.
2. L’insipiens del salmo 52.
3. Oscenità e libertà di espressione.
4. Imbonitori e artisti di strada.
5. Il bastone del giullare.
6. Capelli rasati e/o tonsurati.
7. La progressiva formazione di uno stereotipo.
8. Sonagli e campanelli.
9. Maschere e travestimenti.
10. Cappucci con creste di animali e creste di gallo.
11. Orecchie d’asino.
12. Tra abbondanza e miseria.
13. Nani e lillipuziani.
14. Colori e multicolori.
15. Giullari e buffoni nella grande arte.
16. Il buffone come status symbol.
17. Le giullaresse.
18. A mo’ di conclusione… un sudario.
Tavole a colori.
Bibliografia.

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Dal primo capitolo del libro:

"In ogni tempo e in ogni Paese" (alcune immagini dal libro)

catalogo mostra brera

La figura del buffone ha trovato spazio in tutte le epoche e in tutte le latitudini. I potenti di ogni tempo e di ogni Paese per svagarsi hanno sempre amato circondarsi di persone ritenute spiritose con le quali o (più sovente) sulle quali ridere. In molti casi venivano scelte per questo ruolo persone fisicamente e/o mentalmente menomate (nani, gobbi, dementi, zoppi, gozzuti…) e spesso erano proprio queste caratteristiche di minorità a scatenare il riso in epoche più crudeli (o forse diversamente crudeli) della nostra.

Per i nostri contemporanei il giullare e il buffone di corte sono figure standardizzate, che indossano un abito esemplificato, per esempio, dal jolly delle carte da gioco. Tale abbigliamento tuttavia è frutto di un’evoluzione protrattasi per vari secoli che in queste pagine ci proponiamo di ricostruire passo passo al fine d’illustrare un aspetto insolito e assai poco frequentato della storia della moda.

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L’abito di cui sopra compare soprattutto nelle raffigurazioni di maniera (Salteri, quadri di genere, stampe, ecc.), esso potrebbe definirsi uno stereotipo che si origina intorno alla metà del Trecento, si stabilizzerà nel secolo seguente e poi attraverserà trionfalmente i tempi per giungere fino a noi personificato da figure cinematografiche, teatrali, circensi.

Tale abito è entrato in maniera prepotente nell’immaginario collettivo (non soltanto dei nostri tempi) tanto da, come spesso succede, sovrapporsi alla realtà storica. Bisogna subito precisare che l’abbigliamento del buffone, così come quello del sovrano, ha un valore soprattutto allegorico: la sua funzione non è semplicemente quella di coprirne il corpo, ma serve soprattutto a simboleggiarlo. Il re e il buffone erano i due opposti che dovevano spiccare su tutti gli altri cortigiani anche visivamente. Il primo (ricoperto di broccati ed ermellini) con la potenza, la saggezza e la bellezza. Il secondo (rivestito con tessuti leggeri a colori sgargianti) con l’irriverenza, la follia e l’imperfezione.

La presenza a corte di quest’ultimo serviva a tranquillizzare i sudditi, ma soprattutto il re medesimo, sulla sua presunta saggezza e magnificenza. Il sovrano poteva pensare: “Se il folle, il deforme, è lui (che è diverso da me), significa che io non sono pazzo e non sono malformato. Lui è il lato oscuro della vita, io sono la luce e la forza, i miei sudditi possono stare tranquilli e i miei nemici devono continuare a temermi”.

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La studiosa inglese Enid Welsford ha formulato un’ipotesi ricca di suggestioni: la presenza del buffone a fianco del re aveva anche la funzione di far deviare verso di lui il malocchio inevitabilmente generato dall’invidia per la ricchezza e il potere. Egli rivestiva la finalità di “capro espiatorio permanente, il cui compito consisteva nell’essere schernito senza posa e di prendersi la mala sorte dei propri superiori sulle sue povere spalle”. Inoltre i buffoni, i nani o, meglio ancora, i gobbi, erano persone ritenute fortunate e potevano trasferire la loro buona sorte sul principe, mentre questi trasferiva la iettatura su di loro. Di fatto, queste persone fortunate-sfortunate svolgevano la funzione di mascotte, di salvaguardia per il re.

Ecco dunque che i gibbosi Gonzaga ameranno circondarsi di nani e storpi, sui quali trionfare per statura e linearità di schiena. aduale e complessa che, sotto la superficie di vesti e accessori, rivela mutamenti profondi, attinenti alla sfera della sensibilità e della moralità”.

Gli Asburgo, celebri per l’irregolarità dei loro volti, facevano altrettanto nelle corti spagnole del Siglo de oro raccogliendo frotte di omuncoli e monstruas provenienti da ogni angolo d’Europa, salvo poi restare scornati in forza del divino pennello di Velázquez, che riuscirà a restituire a queste povere figure tutta la dignità e la dolente umanità loro proprie, mentre nel contempo scatterà impietose fotografie al mento sproporzionato di Filippo IV.

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Per dare conferma di quanto sopra possiamo citare un piccolo episodio che traiamo da una nostra precedente opera, nella quale abbiamo ricostruito la vita di un buffone che operò alla corte di Urbino intorno alla metà del XVI secolo, tale Atanasio Atanagi da Cagli, la cui statura era, forse, di poco superiore a quella di un nano. Costui teneva un diario nel quale annotava quanto di notevole succedeva a corte, ma anche gli eventi privati della sua esistenza. Ebbene, in data 27 dicembre 1556, il nostro è ospite del cardinale Giulio Della Rovere e annota sul suo scartafaccio: “In cotal dì, ragionando io col cardinale d’Urbino, sua signoria reverendissima se acostò a me per vedere che diferenza c’era di grandezza da la persona sua e la mia, insomma sua signoria reverendissima se acertò che l’era più grande di me quasi un palmo, a tal che se gli incalzò le risa di bona maniera”.

Naturalmente non possiamo sapere di preciso quale fosse la statura del cardinale, ma il prelato all’età di sedici anni era apparso al letterato Tomaso Spica di “picciola persona”. E anche il patrizio veneto Federico Badoer in un’altra occasione lo aveva giudicato di statura “manco che mediocre”. Inoltre, la risata cui si lascia andare il cardinale ci suona come liberatoria, come di chi soffre di un piccolo complesso.

In queste pagine noi seguiremo l’evoluzione di tale abbigliamento, evidenziando di volta in volta l’apparire di elementi caratteristici, decorazioni o accessori poi più o meno stabilmente entrati a far parte del loro tipico modo di vestire. Il tema è assai complicato a causa dell’enorme varietà di fogge, per l’invenzione delle quali il capriccio e la fantasia erano elementi assolutamente imprescindibili e dunque ricchissimi di sfumature. Inoltre il vocabolario della moda è quanto mai complesso e variato, per di più si è venuto evolvendo nel tempo assumendo in alcune occasioni significati diversi da quelli d’origine. Noi tuttavia abbiamo scelto di usare una terminologia non strettamente specialistica, data la destinazione questo lavoro non diretto agli addetti ai lavori.

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In una novella di Franco Sacchetti troviamo un modo assai originale d’inventare nuove fogge. Qui si parla di Ribi, “piacevolissimo” buffone protagonista anche di una pagina del Decameron (VIII, 5) come compagno di Maso del Saggio nell’operare burle. Ribi era sempre a caccia di doni: “dava parole e riceveva vestimenti”, dice lo stesso Sacchetti nella novella antecedente a questa. Ebbene, una volta aveva indosso una gonnella romagnuola, cioè di scadente panno non tinto, e per di più stracciata sul petto e sul gomito. Pensò dunque di farsela rammendare dalla moglie di un amico facendole usare un pregiato panno scarlatto per ricoprire i buchi. L’effetto non poteva che apparire bizzarro, ma il nostro non volle darsene per inteso e si recò con essa in Lombardia, indossandola al cospetto di alcuni signori. Di fronte alla loro sorpresa per questa rudimentale anticipazione di Arlecchino, spiegò che alcuni signori fiorentini non ricchi, si erano offerti di fargliela rattoppare con lo scarlatto: poi aggiunse: “Pensai e penso che, vegnendo con essa dove fossono de’ signori” questi lo avrebbero aiutato a ricoprirla di altrettanto panno pregiato. Così avvenne ed egli poté tornare a casa “tutto coperto di scarlatto”.

Le provvisorie conclusioni che trarremo vanno prese con tutte le cautele del caso dovute alle difficoltà, ben note agli studiosi, di avere indicazioni il più possibile sicure e preferibilmente di prima mano relative ai supporti iconografici cui faremo riferimento: manoscritti e manufatti assai antichi. L’accertamento dei luoghi di provenienza, ma soprattutto delle date di realizzazione, presenta spesso molte incertezze. Le difficoltà sono talvolta insuperabili e una certa indeterminatezza permane perfino nei cataloghi dei musei e delle biblioteche di appartenenza (laddove esistano e siano accessibili).

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Innanzitutto è bene precisare che tale abbigliamento, così vistoso e appariscente, veniva usato soltanto in occasioni particolari, che potevano essere feste di corte, ricorrenze religiose, cortei trionfali ecc. Si trattava, infatti, di abiti confezionati dai sarti di corte con gran dispendio di tempo e denaro e, come tali dunque, assai ambiti e conservati con cura. Nelle normali occasioni della vita di corte (nel caso dei buffoni) o quando cessava l’esibizione pubblica del giullare itinerante, si usavano ovviamente abiti normali, certamente meno ricchi e chiassosi, se non addirittura poveri cenci. Anche se va detto che nei tempi più antichi il loro abbigliamento non era come quello cui siamo abituati a pensare, era bensì molto semplice e nient’affatto caratterizzato. In realtà si limitavano ad indossare una semplice tunica più o meno colorata.

Lo stolto-buffone nelle raffigurazioni dei tempi remoti era impersonato da un individuo mentalmente disturbato che corrispondeva all’immagine tipica del folle medievale: veste assai misera e talvolta stracciata, armato di un bastone e ritratto mentre porta alla bocca un oggetto rotondo che secondo alcuni studiosi potrebbe essere un formaggio, mentre è invece opinione assai più accreditata che possa identificarsi con un pane. In ogni caso si tratta di un alimento che simboleggia l’ingordigia che lo distraeva dalla ricerca del trascendente.

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Per verificare la quasi perfetta corrispondenza tra queste caratteristiche e il modo in cui l’uomo medievale immaginava il pazzo, si può ricorrere alle parole del vescovo francese Marbodo, che in una sua lettera del primo decennio del XII secolo, rimprovera al fondatore dell’abbazia di Fontevrault, Robert d’Arbrissel, di dare spettacolo di sé (e già questo richiamo a una dimensione spettacolare è indicativo) abbigliandosi in maniera del tutto inadatta al decoro ecclesiastico. Nel fare ciò usa tutti gli stereotipi che identificavano la follia: lo descrive, infatti, con il mantello strappato, parzialmente nudo, con la barba fluente e i capelli tonsurati. Insomma, infierisce, ti manca solo la clava per sembrare un lunaticus.

Anche nel testo della Folie Tristan de Berne, ascrivibile alla seconda metà del XII secolo, avviene qualcosa del genere. Quando, infatti, l’eroe per riuscire ad avvicinare la sua amata Isotta, decide di farsi passare per pazzo, adotta tutti gli attributi inerenti a questa figura, al fine di rendere credibile il suo camuffamento: “Si rompe i panni, si graffia la carne; non vede uomo che non batta; tosare si è fatto il biondo crine. […] Nella mano tiene una mazza. Come folle va, ognun gli urla, gli gettan pietre sulla testa”.

Al termine della sua evoluzione tuttavia, come già anticipato, questa figura assumerà i panni del buffone di corte, cioè il folle per definizione della società rinascimentale e della prima età moderna.