I GIULLARI IN ITALIA
Lo spettacolo, il pubblico, i testi
Napoli, Liguori, 2012, pp. XII-575, con inserto illustrato f.t., € 39,90.

Il libro può essere richiesto all’editore: www.liguori.it, è disponibile presso numerosi siti di vendita per corrispondenza o si può richiederlo al proprio libraio che lo procurerà in pochi giorni.

Il volume è la ristampa di una precedente edizione uscita nel 1990 (vedi), ma il lavoro di profonda revisione, ampliamento e aggiornamento, ne fanno un’opera nuova che si propone di rinnovare il successo di critica e di pubblico che ne ha accolto la prima edizione.

Il libro si compone di una prefazione (XII pp.), di una storia della giulleria italiana (ma con ampi e forse inevitabili collegamenti con la situazione europea) composta da 175 pp., di una vasta antologia di testi (62 testi per quasi 300 pp.) di un inserto iconografico a colori (64 immagini), di una bibliografia e discografia di 52 pagine.

> Intervista di Giancarlo Nostrini a Radiopopolare (12/10/2012) con commenti al libro e musiche d'epoca

i giullari in italia

Dopo la grande stagione del teatro greco e del mimo latino di Plauto e Terenzio, un lungo, quasi ininterrotto, silenzio cala sulla storia del teatro nell’Europa cristiana, attraversando i secoli che vanno dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente fino al XV secolo circa. In questo lunghissimo periodo assistiamo alla dissoluzione dell’istituzione teatrale in una spettacolarità diffusa e itinerante, di cui sono protagonisti esclusivi mimi, histriones e joculatores.

Il giullare veste di volta in volta i panni del cantastorie, del saltimbanco, del funambolo, dell’imbonitore, dell’intrattenitore di corte, ecc. A lungo perseguitato dai padri della Chiesa che non esitavano a lanciare contro di lui le più terribili invettive, il turpe istrione (come era spesso definito) si è fatto carico di tenere in vita quasi da solo l’istituzione teatrale quando anche gli stessi edifici teatrali erano caduti in rovina di fronte all’avanzata delle orde barbariche, all’incuria e perfino ai colpi di piccone inferti con la complicità della religione cristiana divenuta egemone.

Vero cittadino del mondo, il giullare girava per le aie di paese, i crocicchi cittadini e le corti signorili, intratteneva villici e artigiani, pellegrini, re, abati e aveva un suo posto stabile perfino nelle corti papali.

In questo libro, con l’aiuto di un ricco apparato iconografico e un ampio ricorso alle fonti storiche, patristiche e novellistiche, se ne ripercorre la storia multiforme, allegra e tormentata.

Lo possiamo così vedere in azione con indosso il suo abito multicolorato e adorno di penne e campanelli, mentre intrattiene l’uditorio con racconti meravigliosi, ballando e suonando la viella, portando un po’ di allegria in un’epoca afflitta da guerre continue e periodiche carestie.


Testo di una conferenza tenuta dall’autore in occasione di una presentazione del libro

Gli studiosi si sono a lungo accapigliati per accertare la derivazione diretta della figura del cantastorie da quella del giullare medievale con esiti alquanto incerti, ma il mio parere in proposito è che in fondo si tratti di una questione di lana caprina.

Nella vita nulla procede in linea retta, i percorsi spesso sono tortuosi, il movimento procede a onde più che a velocità costante. Credo dunque che vi sia una derivazione fra le due figure, ma non così lineare come vorrebbe chi si sforza di analizzare i documenti.

Cerchiamo di capire intanto chi erano i giullari.

La cosa non è affatto facile, confesso che, pur avendovi dedicato oltre un trentennio di studi, io per primo sono molto imbarazzato nel doverne tracciare un profilo.

Vi è innanzitutto una questione linguistica da sciogliere, il termine “giullare” vuole dire tante cose.

Vediamo intanto l’etimologia, la derivazione è chiara, viene dal latino joculator, a sua volta proveniente da jocus (gioco, scherzo).

Tuttavia, benché la forma latina risalga all’età classica, il termine diviene d’uso comune solo in epoca medievale, dove, a partire dal V-VI secolo, tende a sostituirsi ai termini mimus, scurra e histrio.

In italiano soffre inoltre di una duplice impropria sinonimia con “buffone” da una parte e con “trovatore” dall’altra. Vi sono però fra questi termini alcune sfumature di differenza che è bene chiarire subito.

Il buffone era solitamente colui che riusciva a trovare un impiego stabile presso un signore, re, duca o cardinale che fosse, qui egli aveva il compito di rallegrare la corte con scherzi e lazzi, ma soprattutto di essere la vittima predestinata degli scherzi altrui.

giullare

Spesso si trattava di una figura fisicamente deforme: nano, gobbo, rachitico e altrettanto spesso era psichicamente minorato: matto o demente.

Proprio queste sue deformità fisiche e psichiche erano lo spunto che muovevano l’ilarità dei suoi crudeli contemporanei.

Egli rappresentava una sorta di ricettacolo per la cattiveria dei signori e una valvola di sfogo per le loro frustrazioni.

Parrebbe quasi che la presenza di un “matto” in vesti ufficiali servisse a tranquillizzare sulla propria sanità di mente, mentre sappiamo bene quanto e quanto spesso la follia del potere abbia colpito re e potenti.

Il trovatore era una figura alquanto diversa: era colui che inventava o, come si diceva allora, “trovava” i testi poetici, testi che poi cantava direttamente o faceva eseguire da altri.

Il trovatore poteva essere anche un signore di alto lignaggio, uno dei primi trovatori fu infatti Guglielmo IX, duca d’Aquitania, probabilmente il più potente signore francese del suo tempo.

Veniamo ora al nostro giullare: questi era un professionista dell’intrattenimento, storicamente collocato tra basso Medioevo e Rinascimento, che si esprimeva in volgare italiano, di umile condizione sociale, girovago, attore, cantastorie e/o musico. Fin dai tempi più antichi il termine è stato usato come una specie di contenitore per numerose figure di intrattenitori.

Ve ne leggo solo alcune: menestrelli, mimi, ciarlatani, cantimpanca, musici, araldi, domatori ed ammaestratori d’animali, acrobati, mangiatori di fuoco, giocolieri, lottatori, banditori, guitti e si potrebbe continuare a lungo.

La condizione sociale del giullare

buffoni e giullari

Attenzione però, noi oggi siamo abituati ad attribuire alla gente dello spettacolo quasi una collocazione da semidei, non per nulla li chiamiamo “divi” (parola che è la contrazione di “divini”), ma non è sempre stato così.

A quei tempi il giullare soffriva di una clamorosa ambiguità sociale. Egli non apparteneva a nessuno dei tre ordini in cui si divideva la società medievale: oratores, bellatores, laboratores (sacerdoti, guerrieri, contadini) e come tale era considerato ai margini della stessa, quando non addirittura fuori.

Da una parte erano blanditi e accolti nelle corti con liberale larghezza e donazioni, erano ricercati perché soddisfacevano una delle necessità più elementari della natura umana, il bisogno di distrarsi e di divertirsi e capite bene che a quei tempi non c’erano tutte le occasioni di svago che abbiamo oggi.

I regali spesso gli venivano dati in abbondanza perché il giullare poi avrebbe portato la fama del signore e della sua generosità presso le altre corti e la liberalità, cioè la larghezza nel dare, era una delle doti che erano richieste ad ogni gran signore.

E loro giocavano molto su questa debolezza, uno dei più noti testi giullareschi rimastici, il Ritmo laurenziano è impostato proprio così: il giullare si profonde dapprima in complimenti al limite dell’adulazione verso il suo ospite, un vescovo, poi gli chiede in dono un cavallo: se me lo dai, gli dice, lo mostrerò al vescovo tuo vicino per fargli sapere quanto sei generoso, così magari schiatterà di rabbia.

Ma il senso sottinteso era anche questo: se non mi dai il cavallo comporrò invece una canzone che metterà in luce la tua tirchieria, così la gente riderà di te.

Ma i giullari per altri versi potevano essere umiliati e percossi senza motivo, frustati, mutilati della lingua, impiccati, esiliati, privati dei diritti civili e perseguitati per il loro vagabondare e per la loro instabilità sociale.

Da una parte il giullare ha goduto di una sorta di zona franca determinata dalla sua “pazzia” che poteva consentirgli libertà precluse ad altri. Poteva prendere in giro i signori e farla franca - ogni tanto - ma ogni tanto prendevano anche una gran quantità di botte o peggio, come vedremo.

Il durissimo giudizio della Chiesa

Soprattutto la Chiesa si è distinta per secoli in una pesante opera di interdizione nei confronti del giullare combattendolo in ogni modo perché, secondo i teologi del tempo, distoglieva gli animi dalla ricerca di Dio.

Già sant’Agostino raccomandava: “Fuggite, o miei diletti, gli spettacoli, fuggite le turpissime platee diaboliche, affinché il maligno non vi tenga in suo possesso”.

buffoni e giullari

E Attone, vescovo di Vercelli nel X secolo, ammoniva: “Non bisogna indulgere alle rappresentazioni che fanno gli attori. Che cosa c’è infatti di più disdicevole per i vecchi, di più turpe per i giovani, di più pericoloso per gli adolescenti, che cantare con gesti osceni e voce blanda stupri di vergini e libidini di meretrici, così da indurre gli spettatori, attraverso simili insidie, a mortale rovina? Ladra di castità è la rappresentazione scenica”.

E ancora san Gerolamo: “Non c’è nessun uomo in cui non si possa trovare qualcosa di buono, tranne il giullare. Questo genere di uomini è veramente mostruoso, nessuna virtù li può redimere dal vizio e non soddisfano nessun bisogno umano”.

In realtà, come abbiamo visto, essi soddisfacevano invece un bisogno profondo e nessuna proibizione poteva impedire che la gente, e fra questi non mancavano gli uomini di Chiesa, accorresse ai loro spettacoli.

Perfino alcuni papi, fra questi Eugenio V, Alessandro VI, ma soprattutto Leone X, avevano i loro buffoni e i loro giullari con i quali passavano gran parte delle loro giornate in vicendevoli scherzi, spesso molto grossolani, talvolta ben oltre i limiti dell’osceno e del blasfemo.

Qualcuno addirittura consigliava di negare il perdono della confessione all’istrione e alla sua abituale compagna di peccato, la meretrice: “Ci sono due professioni che non sono che peccato, e sono quelle di istrione e meretrice. Pertanto nel caso che meretrici e istrioni vengano a confessarsi, non bisogna dare loro la penitenza, se non tralasceranno di menare per intero vita siffatta”.

Si noti che giullari e prostitute si trovano uniti nella condanna perché simili per l’uso che fanno del corpo e della gestualità per procurarsi denaro.

Questa era una colpa grave per chi concepiva il corpo come oggetto di penitenza perché era considerato un fardello che frenava l’elevazione dell’anima.

Ai giullari si nega addirittura il diritto di accostarsi ai sacramenti. Del resto, a che pro somministrargleli? Essi, anche in caso di conversione, sono del tutto inaffidabili, lo afferma Ugo da Foliedo nel XII secolo: “I giullari, persone leggere prima della conversione, anche quando si convertono, essendo troppo abituati alla superficialità, con la massima leggerezza si ritirano dal loro proposito. Essi infatti sono abituati a scorrazzare per diverse regioni, e se son presi dal tedio del chiostro, escono subito dal monastero perché conoscono la varietà del mondo”.

Giullari e giullaresse tra peccato e redenzione

L’interdizione nei confronti del giullare si estende, anzi si rafforza, nei confronti di chi li mantiene. È questo il parere di Pietro Cantore: “Più turpe è l’azione che compi tu dando ad un giullare, di quanto non sia la sua, prendendo”.

buffoni e giullari

Come si può notare l’aggettivo che accompagna con insistita frequenza l’istrione è “turpe” (histrio turpis). Egli è poi definito anche “ministro di Satana” da Onorio di Autun, in una frase che suona come una condanna totale e definitiva: “Habent spem joculatores? Nullam.

Hanno speranza di salvezza i giullari?

Nessuna. Infatti in tutto sono ministri di Satana, di loro si dice: «Non conobbero Dio, perciò Dio li disprezzò e Dio li derise, poiché i derisori saranno derisi»”.

Insomma la destinazione ultraterrena del giullare non poteva che essere l’inferno.

Perfino gli stessi giullari ne sono convinti.

Uno di loro narra in una sua opera della discesa del conte Ugo d’Alvernia all’inferno. Qui giunto vede dei dannati costretti a restare per l’eternità immersi fino alla schiena in un immondo pantano di escrementi, mentre i diavoli li tormentano in ogni modo.

Ugo chiede allora al suo accompagnatore chi siano quei peccatori e la risposta è molto dura: “Quelli sono giullari, figli di donnacce, capaci solo di fare i ruffiani, di dire bugie ed inganni, di giocare e di imbrogliare, di far tradimenti e di mettere nei guai povere fanciulle...”

Se il giudizio morale che pesava sul giullare era così pesantemente negativo, immaginate quale doveva essere quello che i padri della Chiesa emanavano su giullaresse, ballerine e cantatrici.

Un penitenziale dell’epoca afferma senza mezzi termini: “La cantante è la cappellana del diavolo. Essa porta delle campanelle come le vacche, e quando il diavolo la sente si accorge di non aver perduto la sua vacca”.

buffoni e giullari

Insomma i poveri giullari sono accusati di ogni nefandezza: li si incolpa di essere avidi, maldicenti, calunniatori, bugiardi, superbi, osceni, ladri, omicidi, ubriaconi e, nonostante l’affezione che provo per loro, devo ammettere che in alcuni casi tali accuse coglievano nel segno.

Non approfondisco l’analisi di queste imputazioni, ma mi limiterò a citarvi un episodio da cui emerge una loro incredibile familiarità con le bevande alcoliche, in questo caso la birra.

Ne è autore Lamberto d’Ardres che ci descrive quanto avvenuto ad una festa di nozze.

“Qui, egli narra, c’era un buffone gran bevitore di birra, come si usava a quel tempo. Questi, seduto con altri a banchetto, si vantava e proclamava di essere così bravo bevitore che, se il signore gli avesse promesso un ronzino o un’altra cavalcatura, avrebbe bevuto fino in fondo, scolandosi anche la feccia, la più grossa botte colma di birra che ci fosse nella sua cantina, senza togliere la bocca dalla spina prima di averla vuotata, purché avesse avuto modo di emettere l’orina dal membro mentre beveva.

Lo sposo accettò la scommessa e il buffone, come aveva affermato e pattuito, inghiottendo, bevendo e trangugiando, e nel contempo orinando, mise in opera quanto aveva detto, e vuotò la botte”.

Vi immaginate la scena? Tenete presente che si svolgeva nel corso di un banchetto di nozze, alla presenza di nobili dame e intemerate fanciulle...

Ma la storia continua: “Una volta terminata la botte, il buffone sollevò la testa e, tenendo in bocca il tappo in segno di giullaresca sfida, o piuttosto di ghiottoneria, cominciò a richiedere, con gran scoppi di voce, in tono di vittoria e con sfrontata insistenza, il cavallo che si era guadagnato con quella scommessa. Lo sposo, guardandolo con occhi infiammati, ordinò di sellare un cavallo e di consegnarglielo al più presto, come stabilito. I suoi servi però subito dopo balzarono in piedi e, tagliati dei tronchi, formarono una forca e ve lo appesero”.

buffoni e giullari

Questa è la storia, nuda e cruda, rimane solo da notare come il narratore, che più volte abbiamo visto deprecare l’ingordigia del buffone, non abbia speso neanche una parola per disapprovare il suo spicciativo assassinio.

Ma erano proprio tutti così riprovevoli i comportamenti dei giullari? Ovvero, i racconti che li riguardano erano sempre e solo protesi a metterne in rilievo gli aspetti negativi? No, naturalmente, vi erano delle eccezioni, sia pure assai rare. Fra di queste ci piace citare una graziosa leggenda francese intitolata Le jongleur de Notre-Dame.

Essa narra di un povero giullare che, disgustato dal mondo, si era ritirato nel convento di Chiaravalle. Egli inizia la nuova vita con entusiasmo e semplicità di spirito, ma non può fare a meno di notare che tutti i suoi confratelli sono in grado di rendere lode a Dio con le loro opere: chi scrive libri sulle virtù della Madre Santa, chi ricopia sacri testi, chi dipinge bellissime miniature e così via, mentre egli non sa neanche recitare il Pater noster senza inciampare nelle parole.

Decide pertanto, all’insaputa degli altri monaci, di ringraziare a suo modo la Vergine con la sola arte che conosce. Eccolo allora eseguire i suoi giochi di destrezza davanti all’altare della Madonna. Ma un giorno i monaci lo sorprendono mentre, con la testa in giù e i piedi in alto, lancia abilmente in aria le sue palle di cuoio e i suoi coltelli.

Il priore, che lo crede uscito di senno, si appresta insieme ad altri monaci a trascinarlo via, quand’ecco che improvvisamente vedono la Vergine discendere i gradini dell’altare, avvicinarsi al povero giullare e fargli dolcemente vento con una tovaglietta per detergergli il sudore. Poco tempo dopo il giullare chiuse i suoi giorni terreni e gli angeli portarono la sua anima in cielo.

Una parziale riabilitazione

Tuttavia man mano la Chiesa dovrà prendere atto che non era affatto possibile sradicare questa mala genìa e in qualche maniera cercherà di venire a patti con loro. Ad alcuni di loro furono dunque affidate opere di edificazione religiosa, come vite di santi e storie di miracoli, perché le cantassero nei crocicchi, soprattutto laddove passavano i numerosi pellegrini diretti alle mete di pietà popolare più ambite di quei tempi: Roma, Santiago di Compostella e Gerusalemme.

buffoni e giullari

Ecco dunque che, a fronte della incredibile quantità di voci protese alla condanna e all’interdizione, alcune - poche, ma tuttavia autorevoli - si levano proponendosi di approfondire il discorso e di operare le prime distinzioni.

Fra i primi vi è il suddiacono di Salisbury Tommaso di Chabham, che così scrive nei primi decenni del XIII secolo:

“Sono tre i generi di istrioni. Alcuni trasformano il loro corpo con turpi salti e con turpi gesti, denudandosi turpemente, indossando orribili maschere; tutti questi sono colpevoli, a meno che non abbandonino questi comportamenti. Vi sono altri che non si dedicano ad alcuna attività precisa, ma, non avendo domicilio fisso, si comportano da criminali: seguono le corti dei potenti e dicono cose obbrobiose ed ignominiose degli assenti per piacere ai presenti. Anche questi sono colpevoli perché l’Apostolo proibisce di prendere cibo in loro compagnia e vengono chiamati «buffoni vagabondi», poiché non servono a niente se non a distruggere e a maledire.

C’è, infine, un terzo genere di istrioni che hanno gli strumenti musicali per dilettare gli uomini, e che a loro volta si suddividono in due tipi: alcuni frequentano orge e riunioni lascive, dove cantano versi per trascinare gli uomini alla lascivia. Questi sono colpevoli come gli altri.

Ve ne sono poi altri che sono chiamati «giullari», i quali cantano le gesta dei principi e le vite dei santi, portano conforto agli uomini colpiti dalle malattie e dalle sventure e non fanno le innumerevoli turpitudini che fanno i ballerini e le ballerine o quegli altri che danno spettacoli disonesti. Se dunque non si comportano così, ma cantano con i loro strumenti le gesta dei principi e altre cose utili a portare sollievo agli uomini, come si è detto, allora questi si può mantenerli”.

Ma sarà poi il domenicano san Tommaso d’Aquino a porsi per primo il problema di ammettere l’esistenza del giullare in quanto essere umano che lavora per vivere; egli è spinto dal bisogno ad esercitare un mestiere che, benché riprovevole, è il solo mezzo che conosca per assicurarsi la sopravvivenza. Il profitto che ne ricava è pur sempre un turpe lucrum, ma ha tuttavia ragione di essere in quanto è la retribuzione per un lavoro. Se il giullare saprà moderare le oscenità, tenendosi nel contempo lontano dallo spazio sacro, gli si può consentire di esercitare la sua professione.

Ecco le parole dell’aquinate: “Come è stato detto, il gioco è indispensabile per condurre una vita umana, quindi per tutte le cose che sono utili alla convivenza umana si possono designare compiti leciti, e perciò il compito dell’attore indirizzato al sollievo degli uomini non è, in sé, illegittimo, e gli attori non sono in stato di peccato finché osservano la misura, cioè quando non usino nello spettacolo parole o gesti disonesti, e non pratichino lo spettacolo in occasioni e tempi indebiti. [...] Quindi coloro che li aiutano con misura non peccano, ma agiscono giustamente dando ad essi il compenso per il loro lavoro”.

La competizione nelle piazze

In seguito, l’affermarsi degli ordini mendicanti cambierà ulteriormente le cose. Francescani e domenicani si troveranno al loro fianco nelle strade e si studieranno addirittura di apprendere le raffinate tecniche di comunicazione dei giullari per meglio diffondere la parola di Dio.

buffoni e giullari

Finché addirittura san Francesco, con un gesto di sublime provocazione, sceglierà di farsi chiamare “giullare di Dio”.

Vi sarà addirittura per alcuni secoli una sorta di competizione fra gli uomini di chiesa e i giullari per attirare l’interesse della gente nelle piazze.

Sentite questo passo di una lettera che Denis Diderot scrive alla sua amica Sophie Volland nel 1762:

“Ci fermammo soprattutto a Venezia. Non si può non fermarsi in un luogo dove il carnevale dura sei mesi e dove gli stessi monaci vanno in maschera e indossano travestimenti e dove, su una stessa piazza si vedono da una parte degli istrioni che rappresentano su dei tavolacci delle farse gioiose e d’una licenziosità sfrenata, mentre su altri tavolacci dei predicatori illustrano storie di altro genere gridando: «Gente, lasciate stare quei miserabili, il loro pulcinella non è che uno stolto».

Dopodiché, mostrando il crocifisso: «Il vero Pulcinella, il grande Pulcinella è questo!»”.

Il potere civile

Anche il potere civile non era da meno in questo gioco contraddittorio, per cui da una parte si davano disposizioni affinché nelle feste venissero chiamati e retribuiti alcuni di questi professionisti dell’intrattenimento e dall’altra si frapponevano pesanti limitazioni alla loro attività.

Guardate un po’ cosa stabiliscono i legislatori di Chivasso nel 1306: “Se qualche meretrice o ribaldo, giullare o giullaressa, pazzo o mentecatto dirà o farà qualche cosa che dispiaccia a qualche persona perbene, a questa e a chiunque altro sia lecito picchiarli anche fino all’emissione del sangue senza incorrere in alcuna pena, a meno che per quelle percosse qualcuno dei predetti sia in pericolo di morte”.

buffoni e giullari

Avete capito bene: il solo giudizio della persona offesa, definita “perbene”, dunque appartenente alle classi alte, era sufficiente per consentirgli di picchiare a sangue il povero giullare, bastava fermarsi poco prima che questi esalasse l’anima a Dio.

Un segno inequivocabile del loro ingresso, sia pure parziale e contraddittorio, nella società civile, appare dal fatto che l’illuminato imperatore Federico II pensò bene di istituire una tassa a carico di chi, nel corso dei festeggiamenti di nozze, utilizzasse giullari e suonatori, la cosiddetta cabella jocularia, che dapprima fu imposta alle sole famiglie ebree, ma in seguito fu estesa anche a quelle cristiane.

Questa tassa doveva fruttare bene, dal momento che fu ribadita dai successori di Federico e nel 1312 recitava così: “Che nessuno osi festeggiare le nozze allietato da giullari, con trombe, zammarie e tamburi secondo il rito musulmano, senza il permesso dell’ufficiale giudiziario apposito e senza aver pagato a quell’ufficiale fino a quattro tareni per i giullari [...].

Ciò purché abbia un solo paio di trombe; ché, se vorrà averne di più, dovrà pagare, oltre ai suddetti quattro tareni, una tassa concordata con il suddetto ufficiale”.

Gli Statuti cittadini di molte comunità medievali contenevano alcuni capitoli in cui si stabilivano delle limitazioni ai regali da dare ai giullari.

La cosa mi ha incuriosito: se si riteneva che i doni fossero così generosi da doverli regolamentare per legge, questo significava che i giullari erano ricchi? Guardate, i testi parlano chiaro, e le fonti in cui ci si lamenta di quanto ricche fossero le donazioni di cui erano fatti oggetto sono abbondantissime.

Ma se andiamo a vedere chi erano gli autori di questi testi scopriremo che erano spesso poeti e letterati di corte anch’essi intenti ad attirare su di sé la generosità dei signori. Erano dunque dei diretti competitori dei giullari, io credo perciò che giocasse una discreta componente di invidia e di rivalità da parte di chi si riteneva colmo di dottrina e di erudizione, e ciononostante si vedeva costretto a vivere di stenti, mentre quei rozzi individui, capaci solo di piaggeria e di adulazione con quelle quattro scemenze che sapevano dire... E una volta messo in moto il meccanismo dell’invidia, anche dei miseri doni potevano assurgere al rango di preziosità inaudite.

Personalmente sono del parere che, se è vero che alcuni di questi (soprattutto i buffoni di corte più famosi come messer Dolcibene, di cui si diceva che “in guadagno e sollazo vivea”) alcuni di questi, dicevo, avevano raggiunto una certa agiatezza economica, tutti gli altri, quelli che giravano raminghi su strade polverose d’estate e fangose d’inverno, trascinandosi sul dorso di scalcinati ronzini o più spesso a piedi, ricchi non lo erano affatto.

Lo spettacolo giullaresco

È molto difficile per noi oggi farci un’idea dell’impatto che aveva l’arrivo del giullare in una piccola comunità medievale, infatti per noi la musica e lo spettacolo in genere sono un evento banalmente ordinario ed hanno perso gran parte della loro atmosfera magica. Noi oggi ascoltiamo vere overdosi di musica in qualsiasi momento della nostra giornata e in qualunque luogo ci troviamo. La musica è divenuta un tappeto sonoro su cui ci muoviamo con crescente indifferenza.

buffoni e giullari

Al contrario nell’antichità lo stretto legame tra la musica e le occasioni di festa ne facevano un tutt’uno colmo di contenuti emotivamente assai intensi.

Nei villaggi medievali le occasioni per assistere a spettacoli di musica e canto erano infinitamente meno frequenti, in special modo per le classi popolari.

Innanzitutto per poter ascoltare musica occorreva che ci fosse qualcuno che la suonasse dal vivo, e ciò naturalmente avveniva in circostanze particolari che erano sempre più rare man mano che ci si allontanava dai centri mondani e culturali quali le Corti o comunque le grosse comunità cittadine.

Tale rarità contribuiva ad aumentare il fascino e la capacità della musica di coinvolgere e di commuovere gli animi. Inoltre la disponibilità della gente a lasciarsi affascinare dagli aspetti coreografici e spettacolari era di gran lunga maggiore: la meraviglia e l’ammirazione mettevano radici su un terreno decisamente più vergine, meno difeso dalle barriere di cinismo che oggi sono necessarie per convivere con l’eccesso di offerta di cui siamo in parte vittime.

Allora l’incanto e l’eterna magia del teatro avvolgevano la rappresentazione del giullare, la sua esibizione sul palco di legno da lui stesso allestito era un evento colmo di valenze metaforiche ed emotive, ma era anche occasione di apprendimento e di conoscenza. Il giullare infatti propagava idee e notizie degli altri paesi, era strumento di circolazione delle mode, dei costumi, talvolta anche diventando veicolo di eresia e di idee comunque sovvertitrici. E le proibizioni in questo senso fioccavano.

Nel 1395 Carlo VI di Francia emanò un editto di questo tenore: “Noi proibiamo a tutti i menestrelli di cantare, né in piazza né altrove, canzoni che facciano menzione del papa, del re nostro signore, dei signori di Francia, e di coloro cui tocca la cura dell’unione della Chiesa, sotto pena di essere messi in prigione due mesi a pane e acqua”.

Che poi queste leggi fossero rispettate o meno lascio a voi immaginare, allora come adesso il difficile non è fare le leggi, buone o cattive che siano, il difficile è farle rispettare. Tuttavia ogni tanto qualcuno dei nostri amici ci lasciava le penne, ma tutti gli altri continuavano a sciamare per le strade diffondendo idee che non sempre erano in accordo con quelle del potere laico od ecclesiastico.

Il repertorio giullaresco

Il repertorio di canti giullareschi giunto fino a noi è assai esiguo, non dobbiamo dimenticare che la cultura del giullare era prevalentemente orale, le sue parole vivevano finché viveva la memoria di chi le aveva ascoltate.

buffoni e giullari

Dunque oggi noi possiamo conoscere solo quei canti che hanno percorso una di queste due strade: o si sono tramandati fino a noi per via orale, trasmessi di bocca in bocca da intere generazioni di cantastorie.

Oppure perché qualcuno li ha trascritti su carta e poi casualmente essi si sono conservati attraverso tutte le insidie che il tempo ha riservato loro.

Questa seconda strada è quella percorsa dai testi contenuti nei Memoriali bolognesi.

Qualcuno di voi rammenterà composizioni come Oi bona gente, oditi et entenditi, oppure Mamma, lo temp’è venuto. Si tratta di contrasti assai vivaci e spesso anche divertenti.

Nella prima vediamo disputare due cognate ubriacone, esse, dopo essersi scambiate ingiurie di ogni tipo, si trovano d’accordo nel proseguire le loro bevute in compagnia di un giovane fantelletto, insieme al quale darsi alle gioie d’amore, la seconda è invece un tipico contrasto tra madre e figlia desiderosa di prendere marito.

Non è possibile tuttavia passare sotto silenzio l’importante filone di poesia religiosa che era parte integrante del repertorio giullaresco. Uno dei più belli di questi testi è certamente il Ritmo su sant’Alessio, che si rifà ad una leggenda siriaca risalente al V secolo, ma è ampiamente diffuso e tuttora vivo nella tradizione popolare. Il testo, esempio di santità spinta fino agli estremi, è di notevole fascino.

Si narra di Alessio, figlio del patrizio Eufemiano, che viene sposato dal padre ad una nobile fanciulla, ma egli la notte stessa delle nozze rivela alla moglie di aver fatto un voto di castità e parte in pellegrinaggio restando molti anni lontano da casa. Quando torna non è riconosciuto e si fa ospitare come pellegrino in un sottoscala della casa paterna, vivendo degli avanzi della mensa. Dopo qualche anno muore e soltanto allora viene riconosciuto dai familiari che trovano un biglietto nella sua mano dove è narrata la sua storia.

Tuttavia il componimento che io credo spicchi come una gemma nel repertorio giullaresco è indubbiamente Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo) d’Alcamo. Immagino che lo ricordiate tutti, è quello che fa:

Rosa fresca aulentissima, ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’e maritate;

Si tratta di un testo talmente bello che qualche critico ha dubitato della sua origine popolare, ma secondo me si tratta di un pregiudizio secondo il quale la poesia popolare deve essere necessariamente rozza se confrontata con quella d’arte. Per quei pochi che non lo ricordassero dirò che si tratta di un contrasto impostato su un tentativo di seduzione da parte di un giullare nei confronti di una prosperosa popolana che vuole invece farsi passare per donna di alti natali.

Secondo molti studiosi si trattava di una piccola rappresentazione teatrale, infatti le parti dell’uomo e della donna erano recitate da un solo attore, che possiamo immaginare indossare un vestito che, visto da una parte, è maschile, visto dall’altra, femminile. Egli mostrava di volta in volta al pubblico il fianco coerente con il ruolo che stava recitando e nel contempo adattava il tono della voce e la gestualità.

Par quasi di vedere lo svolgersi dei fatti: l’uomo dichiara il suo impetuoso desiderio, ma lei rifiuta dapprima con estrema durezza, salvo poi farsi convincere ad accettare la sua corte e, dopo un lungo dibattere, conclude dicendogli:

A lo letto ne gimo a la bon’ura,
ché chissa cosa n’è data in ventura.

E il sipario calava sul piccolo palco.