LE FESTE POPOLARI ITALIANE
Milano, Vallardi, 1997, pp. 251, br., esaurito. ISBN 88-8211-120-2.
Ristampa: Milano, Vallardi, 2009, € 11. ISBN 978-88-7887-187-8.
Edizione in lingua polacca: Wlochy - festyny turnieje palia, Lodz, Wydawnictwo, 2010, Traduzione di Malgorzata Kistryn, ISBN 978-83-7229-243-8.

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Il libro racconta 134 eventi nella loro collocazione temporale e territoriale, con i preparativi, i rituali, la coreografia, lo svolgimento, la devozione, il folclore, le musiche, i canti, i cibi, i colori... Di molte feste riporta anche notizie storiche e leggende popolari relative alla loro origine e diffusione.

Una guida agile che soddisfa la curiosità per il folclore esplosa negli ultimi anni: per conoscere storia, tradizioni, costumi e leggende - il passato che si riflette e si rinnova nel presente - che appartengono alla straordinaria ricchezza del patrimonio folcloristico e devozionale del notro paese.

Dalla pesa vegia di Bellano al venerdì gnocolar di Verona; dal pignarul di Tarcento alla sartiglia di Oristano; dalla sagra delle regne di Minturno alla processione dei serpari di Cocullo; dalla focura di Novoli alla sfilata dei turchi di Potenza, alla festa di sant'Agata di Catania...

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Introduzione

La festa è da sempre considerata parte integrante degli strumenti per la gestione del potere.

Famosa è rimasta la frase pronunciata da molti reggenti di epoca borbonica secondo i quali il popolo abbisogna soprattutto di tre cose: “Feste, farina e forca”, espressione che a sua volta riecheggia il panem et circenses dei Romani.

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Per questo motivo ogni governante ha sempre fatto un uso spregiudicato delle feste, dispensandole con avveduta abbondanza.

Jerome Carcopino ha calcolato che nella Roma imperiale vi erano circa 182 giorni festivi ogni anno, avvertendo peraltro che la cifra è approssimata per difetto, anche se bisogna precisare che non tutte le feste avevano lo stesso peso nella vita pubblica del tempo.

Ancora nei primi decenni del XV secolo in Italia oltre un giorno su tre era festivo e questo, nonostante che fossero ben di là da venire conquiste quali il sabato libero e le ferie estive per tutti.

Nella nostra società le feste sono state saggiamente accorpate e quindi, in apparenza, sono molto meno numerose di un tempo, ma paradossalmente le mutate condizioni sociali possono permetterci una festività diffusa che può anche fare a meno della scadenza ufficiale.

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Talmente diffusa che l’industria del tempo libero opera attivamente in ogni stagione dell’anno. Di conseguenza il nostro atteggiamento nei confronti della festa si è profondamente modificato.

Chi si sentirebbe di sottoscrivere ancora oggi queste parole di Sigmund Freud: “Una festa è un eccesso permesso, anzi comandato, un’infrazione solenne a un divieto? Gli uomini si abbandonano agli eccessi non perché siano felici per un qualche comando che hanno ricevuto. Piuttosto, l’eccesso è nella natura stessa di ogni festa; l’umore festoso è provocato dalla libertà di fare ciò che altrimenti è proibito”.

Senza giungere alla visione profondamente pessimista di Giacomo Leopardi che, nel suo noto componimento Il sabato del villaggio, così si esprimeva a proposito del sopravvenente dì festivo: “Diman tristezza e noia / recheran l’ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno”, bisogna prendere atto di quanto sia cambiato il nostro atteggiamento nei confronti delle festività.

Nel passato l’evento festivo era colmo di valenze metaforiche ed emotive molto complesse che andavano dall’esplosione di gioia più sfrenata a momenti inquietanti che sfioravano il tragico. Si pensi soltanto alla crudeltà di certi giochi e spettacoli pubblici, con tutto quello che l’assistere a queste scene poteva scatenare negli spettatori.

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Oggigiorno in buona misura tutto si è stemperato e diluito nella quotidianità, per esempio la straordinarietà degli apparati e delle scenografie ha perso gran parte della sua capacità di coinvolgimento in quanto ogni sera possiamo assistere ad un varietà televisivo dove si tenta, sempre più stancamente, di stupirci con effetti, costumi, coreografie, eventi “straordinari”.

Inoltre le feste non sono (né lo erano in passato) tutte necessariamente trasgressive. Al contrario molte (per esempio un certo tipo di processioni religiose e i cortei trionfali) avevano proprio la funzione di mostrare la magnificenza del potere per riaffermare solennemente la gerarchia dei valori sociali.

Anche in quelle trasgressive per definizione, come il carnevale, dove la forza simbolicamente dirompente del capovolgimento dei ruoli sembrava agire in questa direzione, in realtà poi l’ineludibile ritorno alla normalità tendeva a ribadire il ristabilimento dei valori.

Qualcosa del genere può avvenire anche oggi in occasioni che talvolta assumono una dimensione festiva.

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Certi cortei di protesta o di sciopero, per esempio, in alcuni casi offrono ai partecipanti la “felicità” del sentirsi in tanti, del sentirsi dalla parte “giusta”, del sentirsi eroicamente esposti al pericolo della repressione.

Si improvvisano musiche, balli, slogan, l’atmosfera in alcune circostanze diviene gioiosamente festiva, anche se poi l’esito delle trattative può sfociare nella forzata accettazione di sacrifici e licenziamenti.

Alcuni studiosi, fra cui George Bataille, hanno messo in luce un altro bisogno che la festa tende a soddisfare, quello dello spreco e della distruzione, bisogno soddisfatto nella società tradizionale, ma combattuto e represso in quella borghese.

Quest’ultima ha fatto dell’acquisizione un fine in sé, mentre uno dei valori della società medievale e rinascimentale era lo sperpero come simbolo di liberalità, a sua volta uno dei caratteri distintivi della nobiltà.

Nella nostra società abbiamo a disposizione più cibo di quanto in realtà ce ne abbisogna, dunque il desiderio di riempirsi in maniera spasmodica il ventre ha perso la sua giustificazione.

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Lo stesso discorso vale per gli eccessi carnevaleschi. Poiché quasi nessuno rispetta più le privazioni quaresimali, che senso ha prima fare il pieno di cibo, di bevande, di divertimento, di trasgressioni?

Un’altra considerazione s'impone a proposito dei giochi a carattere sportivo (Palii, giostre e gare impostate su prove di forza) che fanno parte integrante di molte feste tradizionali.

Oggi si tende giustamente a smussare ogni possibile forma di violenza, che invece era decisamente consentita nei tempi passati al punto da sfociare sovente in ferite anche mortali per i contendenti.

E quando non erano uomini le vittime potevano essere gli animali, così come ancora oggi lo sono nella corrida spagnola. Tuttavia, nonostante ogni sforzo teso ad eliminare qualsiasi rischio, è ancora possibile leggere in trasparenza in tutti i giochi sportivi una rappresentazione sublimata della guerra.

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Certi giochi infatti erano organizzati sia con lo scopo palese di tenere in esercizio i giovani per prepararli alle frequenti occasioni belliche, sia, in forma meno ufficiale, per consentire uno sfogo alla loro naturale esuberanza che non di rado sfociava in atti di violenza.

Anche il calcio è una guerra sublimata, e i rituali che lo accompagnano da parte dei tifosi più accesi ne sono una prova evidente.

Per molti la giornata domenicale si racchiude e si completa nella “festa” che si celebra all’interno dello stadio e nell'eventuale celebrazione della vittoria.

Il tifoso si sente parte integrante della squadra, è anch’egli un guerriero che si appresta ad affrontare il nemico.

Per la sua rozza mentalità è un sopruso non consentirgli di andare “armato” a quella che vive come una battaglia. Se l’atleta deve battersi con il suo avversario in campo, egli deve combattere con i tifosi della parte avversa.

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La violenza è stata parte integrante ed ineludibile della vita dell’uomo per milioni di anni, il frammento di storia che stiamo vivendo, nel corso del quale stiamo faticosamente cercando di liberarci da questo terribile retaggio, è soltanto una parte infinitesima del tragitto dell’umanità, troppo poco perché certi valori e certe scelte si consolidino.

Non tenerne conto è, oltre che un errore, una forma di ipocrisia che ci allontana dalla comprensione.

Una festa è un organismo vivente e come tale è in continua, inarrestabile, evoluzione.

Ogni anno si apportano, coscientemente o no, inavvertibili, e talvolta anche sostanziali variazioni.

Questa evoluzione può procedere sia in avanti, incorporando modifiche che tengono conto del progredire tecnologico (per esempio i trattori che tendono a sostituire buoi e cavalli nel trasporto delle macchine spettacolari), sia a ritroso nel tempo, quando si cerca di recuperare tradizioni dimenticate e si sfoltiscono le stratificazioni storiche.

È difficile dire quanto e se queste operazioni siano legittime, se la museizzazione del passato sia da preferire alla modernizzazione selvaggia, noi ci limitiamo ad indicarle.