DIZIONARIO DELLE BARZELLETTE
Milano, Vallardi, 1996, pp. 302, br., ill., esaurito. ISBN 88-11-90462-5.

“Definire l’umorismo è come pretendere di trafiggere una farfalla usando come spillo un palo del telegrafo”
E. Jardiel

titolo libro

Introduzione

"excusatio non petita fit accusatio manifesta (proverbio medievale)"

Caro lettore, è con la coscienza oppressa dalla consapevolezza di essermi dedicato per un tempo esageratamente lungo ad una materia così frivola come l’umorismo che mi rivolgo a te, certo che saprai comprendere la mia debolezza, poiché la tua tendenza ad occuparti di cose altrettanto futili appare manifesta dal fatto che hai acquistato questo libro.

Consentimi innanzi tutto un’avvertenza: non tutte le barzellette che qui leggerai ti faranno ridere, ma non è cosa di cui preoccuparsi, significa solamente che sei una persona normale. Infatti, non esiste nulla di più personale del senso dell’umorismo: esso si differenzia da un individuo all’altro in senso storico, geografico, secondo i livelli culturali, le classi d'età, la condizione sociale e le circostanze del momento.

D’altra parte bisogna tenere presente che la barzelletta è un oggetto tipicamente orale, è qualcosa di simile ad una piccola rappresentazione teatrale: essa, una volta scritta, perde gran parte della sua vis comica. Chi racconta può giovarsi di un uso accorto della mimica, delle pause, dell’espressività della voce, dell’efficace sinteticità del dialetto e soprattutto dell’effetto d’imitazione a cascata che ci predispone a ridere quando altri ridono.

Ma come nasce una barzelletta? Chissà se può aiutarci l’etimologia del termine, peraltro piuttosto complessa e nient’affatto certa?

barzelletta

Il Dizionario etimologico italiano (DEI) ipotizza una discendenza da “bargello” (in altre parole il magistrato dei Comuni che era a capo degli sbirri), pensando ad “azione da bargello”, cioè “misfatto, birichinata, imbroglio”. Fausto Torrefranca suggerisce invece una derivazione da bergerette = “pastorella”, ma entrambe le ipotesi, per la verità, non ci paiono di grande aiuto per soddisfare la nostra curiosità.

Tentiamo un’altra strada. C’è un curioso racconto di fantascienza di Isaac Asimov (The Jokester), in cui il protagonista scopre un’invasione strisciante di extraterrestri partendo da una considerazione sulle barzellette. Muovendo dalla constatazione che ne circolano molte migliaia e che nessuno ne conosce gli autori, egli ipotizza che esse siano dovute proprio agli extraterrestri.

Forse però è più realistico formulare l’ipotesi che la barzelletta nasca e si diffonda esattamente come i prodotti della cultura folklorica. Così come nessuno conosce l’autore di un canto popolare, di un proverbio o di una fiaba, altrettanto avviene per le barzellette. Il primo spunto può essere la narrazione di un evento buffo realmente accaduto, o un motto di spirito improvvisato, ma poi, passando di bocca in bocca, il racconto subisce trasformazioni, rimaneggiamenti, si arricchisce progressivamente in un turbinoso processo di creazione collettiva.

Date queste premesse è difficile capire perché la barzelletta, esempio di vigorosa sopravvivenza del folklore contemporaneo, non sia mai stata fatta oggetto di studio serio da parte dei folkloristi. Uno studio che dovrebbe evidenziare sia le molte affinità tra le barzellette e gli altri prodotti formalizzati della cultura popolare, sia almeno una profonda differenza: la barzelletta, infatti, appare a suo agio anche fra le classi colte ed abbienti. Negli intervalli dei congressi gli scienziati non disdegnano di passare il tempo raccontandosi storielle audaci. Altrettanto fanno i politici a Montecitorio e gli industriali alle riunioni della Confindustria, proprio come i contadini riuniti a veglia nelle stalle durante le lunghe notti invernali.

barzelletta

Un tale studio potrebbe essere assai proficuo sotto molti punti di vista. Per esempio una piccola cosa che ho imparato e di cui voglio farti partecipe, è stata originata dal desiderio di rispondere alla domanda sul perché mai nelle barzellette si incontra così spesso gente di diversissima condizione che è costretta a dormire nello stesso letto. Parrebbe una situazione improponibile per la nostra mentalità, ma poi ho scoperto che, fino a non molti secoli fa, le locande che ospitavano viaggiatori e pellegrini, per il loro pernottamento non disponevano che di stanzoni con enormi letti sui quali gli avventori si buttavano a dormire man mano che arrivavano senza badare a quanti già occupavano il letto. Capisci bene che una situazione di questo tipo poteva offrire spunti d'ogni genere...

*****

L’ironia, la satira, l’umorismo pretendono delle vittime, degli obiettivi contro di cui fare saggio della propria cattiveria, spesso con intenti moralistici. Il protagonista della barzelletta si muove verso un’ineluttabile sconfitta, e questo ci consente di sentirci migliori di lui, il suo insuccesso ci aiuta a riscattarci dalle inevitabili ferite che la vita c’infligge. Ma talvolta avviene che le vittime siano soggetti socialmente “delicati”: minorati fisici o psichici, omosessuali, ebrei, neri, “terroni” minoranze emarginate e così via.

barzelletta

Le barzellette sono spesso anche ferocemente misogine, ma altrettanto sovente mettono in ridicolo la figura maschile (interminabile è ad esempio la teoria dei “cornuti” abilmente ingannati dalle mogliettine), così che finiscono per appagare i contrapposti sciovinismi di uomini e donne senza suscitare eccessive proteste. L’umorismo è una sorta di zona franca in cui anche le persone colte e sensibili possono dare sfogo alle loro pulsioni represse.

Insomma è questo il problema, oggi tanto attuale, del politically correct. Se ridiamo di una persona tronfia ed importante che inciampa e cade questo può, in qualche misura, essere giustificabile, perché mette in moto uno dei meccanismi tipici dell’ironia: l’“abbassamento”, improvviso ed inatteso, del tono di una situazione; perché in concreto ci consente di far scendere quella persona al nostro livello. Ma perché ridiamo anche quando inciampa uno zoppo? Ovvero, perché ridiamo della balbuzie, della follia, della stupidità? Se uno è stupido non ci si può attendere altro che si comporti da stupido, dunque perché riderne?

Viene quasi da chiedersi: è l’oggetto contro cui ci si rivolge che nobilita o rende abietto l’umorismo? È lecito ridere di D’Alema e non del papa? O viceversa? Si può ridere dei potenti e non dei deboli? dei sani e non dei malati, o peggio, dei morti? Sono domande cui è difficile rispondere, ma una cosa pare assodata: l’umorismo si origina di solito da un atto di crudeltà. Ha scritto Ivy Compton Burnett (in Madre e figlio): “Come può una persona veramente buona avere il senso dell’umorismo?”

barzelletta

Talvolta il meccanismo è più complesso: spesso capita che le barzellette che più ci piacciono e che scatenano un irresistibile effetto comico, siano quelle in cui possiamo riconoscere negli altri difetti che sono anche nostri. Dunque il soggetto più profondamente segreto dell’umorismo siamo sempre noi stessi. Ridere è una sorta di atto ripetutamente narcisistico.

Dan Greenburg ha giustamente osservato che “una madre ebrea non ha bisogno di essere ebrea né madre. Anche una cameriera irlandese o un barbiere italiano possono essere una madre ebrea”. Anche se, tuttavia, pare che essere una madre ebrea, aiuti. Aiuti a che cosa? Proveremo a spiegarci con un esempio: una madre ebrea per il compleanno del proprio figliolo gli regala due camicie sportive. Il giorno dopo egli ne indossa una ed entra trionfante in soggiorno per farsi ammirare da tutta la famiglia. Ma la madre lo guarda con aria avvilita e dice: “Ma perché, l’altra non ti piace?”

Come non leggere in questa storiella una forma di masochismo portata fino alle soglie della perfezione? Probabilmente non è un caso che i professionisti del comico siano, nel loro privato, persone serissime e anche un po’ musone. Questo avviene forse perché più si studia e più si conosce l’umorismo e meno si è disposti a ridere; è un po’ come smontare un giocattolo con cui non ci si può più baloccare.

Ha fatto notare in proposito Giovannantonio Forabosco: “Probabilmente la domanda: «Chi lavora sull’umorismo può ancora riuscire a divertirsi con l’umorismo?», non è diversa dalle domande «Può un astronomo godersi romanticamente con la sua innamorata una notte di luna piena?»; «Può un macellaio farsi venire l’acquolina in bocca per una succulenta bistecca alla brace?»; «Può un ginecologo...?»”. Insomma, pare che discutere di umorismo sia una cosa tremendamente seria, come peraltro dimostra la letteratura sull’argomento.

barzelletta

Procedendo in questo lavoro ho maturato l’impressione che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il repertorio delle barzellette sia certo molto vasto, ma non infinito. In fondo si raccontano sempre le stesse cose, cucinate in salse diverse e riadattate a nuovi personaggi. Forse ciò che rende “nuova” una barzelletta è il “vestito”, cioè la patina linguistica che la ricopre, più che il contenuto. Ha notato in proposito Achille Campanile: “Le barzellette sono tutte vecchie. Al massimo sono rimodernate. Esistono soltanto persone che hanno sentito e persone che non hanno sentito la tale barzelletta”.

Le barzellette formano un fiume in piena inarrestabile, alcune si arenano nelle insenature delle sponde e finiscono con l’imputridire e morire, ma la maggioranza prosegue la sua corsa baldanzosa nel cuore della corrente assumendo sempre nuove forme. Le più vigorose possono durare secoli, ma anche delle meno felici qualcosa può trapiantarsi in altre ed attingere una parvenza d’eternità.

Una verifica a questo assunto si può ottenere facilmente scorrendo qualcuna delle numerose raccolte di facezie di cui è piena la nostra letteratura, dove troveremo molti degli stessi spunti che ci vengono ammanniti dallo sprovveduto che esordisce con l’ovvio: “La sai l’ultima?”. La facezia, infatti, può essere considerata come la più diretta antenata delle barzellette contemporanee e la sua storia è antichissima, con ogni probabilità si confonde con l’origine stessa del linguaggio.

Ripercorrerne il tragitto storico però non è impresa facile poiché, essendo un prodotto tipicamente orale, se ne può trovare traccia solamente in ciò che, per accidente, è stato accolto nella letteratura scritta. Per fortuna nostra vi è stato chi ha provveduto ad occuparsene.

Famosi sono rimasti gli attici sales dell’antica Grecia e alcune raccolte di apoftegmi (brevi detti arguti, sorta di epigrammi in prosa aventi lo scopo di ammaestrare o di ricreare). Inoltre già nel IV secolo avanti Cristo lo storico greco Senofonte raccoglieva nei Memorabili di Socrate eventi e detti piacevoli che è facile ricondurre al genere degli aneddoti.

L’indole satirica e mordace del popolo di Roma antica trova la sua più notevole testimonianza nella commedia plautina, dove frizzi e burle sono sparsi in abbondanza. Raccolte di facezie furono messe insieme da M. Porcio Catone, Cesare e Cicerone, ma queste opere purtroppo non sono giunte fino a noi, anche se per fortuna ne troviamo traccia nei testi di Valerio Massimo (Factorum ac dictorum memorabilium), Plutarco (che dedicò all’imperatore Traiano gli apoftegmi contenuti negli Opuscoli morali) e Ambrosio Teodosio Macrobio, che nei Saturnalia raccolse le sentenze più incisive e caustiche di Cicerone. Quest’ultimo libro è in forma di dialogo conviviale, in cui i presenti s'impegnano in una gara a raccontare motti e facezie di ogni tipo. Il curioso è che l’autore si lamenti del fatto che “la materia, che sembrò degna di studio agli antichi, oggi è trascurata affatto”.

Più tardi nel Medioevo la facezia confluì in opere di edificazione religiosa e finì spesso con il confondersi con gli exempla, brevi narrazioni con le quali i predicatori usavano infarcire i loro discorsi al fine di renderli più graditi agli ascoltatori, in ciò ponendosi in diretta competizione con i loro avversari laici sulla grande scena della piazza medievale: i giullari.

Sulla fine del Duecento un ignoto autore raccolse cento racconti brevi cui la tradizione attribuì il nome de Il novellino, che rappresentarono una piacevole novità nel panorama letterario in volgare. Sono narrazioni dotate di notevole icasticità ed efficacia, in buona misura ispirate al gusto del “buon motto” e della risposta sottile e pungente.

È quasi superfluo ricordare che tutta la sesta giornata del Decameron, quella in cui compaiono le immortali figure di Chichibio e di frate Cipolla, è dedicata all’esaltazione dei motti arguti e delle risposte maliziose. Inoltre molti sono i detti salaci e piacevoli, in buona misura dovuti ai più noti buffoni del tempo, contenuti nel Trecentonovelle di Franco Sacchetti, così come in altre raccolte novellistiche di quello stesso periodo, quali ad esempio Il pecorone di Ser Giovanni Fiorentino.

Tuttavia il secolo d’oro della facezia è indubbiamente il Quattrocento, un intero capitolo della storia letteraria di questo secolo va dedicato alle raccolte, spesso geniali e gustosissime, ma talvolta anche prolisse e ripetitive, di facezie. Si trattò in realtà di un vero fenomeno di costume che trovò poi il suo volano moltiplicatore nell’invenzione della stampa, grazie alla quale si produrrà uno straordinario boom editoriale con l’accavallarsi di edizioni originali, rifacimenti e plagi.

Il maestro della facezia quattrocentesca è indubbiamente l’umanista toscano Poggio Bracciolini. Il suo vivacissimo Liber facetiarum, composto fra il 1438 e il 1452, è rimasto a lungo sottovalutato dalla critica letteraria, ma si è anche proposto come modello per numerosi epigoni, che scrissero sia in latino (Antonio Beccadelli, detto il Panormita), sia in volgare (Ludovico Carbone e Antonio da Cornazzano, ma anche al Poliziano sarà attribuita la composizione di un manoscritto di Detti piacevoli).

È sempre nella seconda metà di questo secolo che possiamo collocare il momento in cui anche la facezia di stampo schiettamente popolare entra nella storia, grazie alla pubblicazione di due opere diverse fra loro, ma entrambe di grande interesse: Le buffonerie del Gonnella (di cui ci sono pervenute due redazioni, l’una in prosa e l’altra in rima) e i Motti e facezie del Piovano Arlotto.

Protagonista del primo volume è il buffone di corte Pietro Gonnella, che in qualche maniera può essere considerato il più apprezzato rappresentante di quest’arte. È rimasto famoso per il suo umore bizzarro, per la sua ghiottoneria e mordacità di lingua. Era maestro dell’imbroglio e del travestimento, spesso teso ad aggirare il prossimo, sia che fosse impersonato dai “gozzuti” villani della campagna toscana, sia da ricchi signori. Di lui è rimasta traccia, oltre che nelle opere esplicitamente dedicategli, anche nelle pagine di numerosi novellieri, dal Sacchetti al Bandello.

Arlotto Mainardi (1396-1484), fu parroco di San Cresci a Maciuoli, nella diocesi di Fiesole. Qui egli spese la sua lunga vita coltivando i rapporti umani con la gente del popolo, anche quella che incontrava nelle osterie in cui non disdegnava di entrare per farsi delle buone bevute. La sua figura ricca di sapida e bonaria arguzia era divenuta largamente popolare e ciò spinse un suo amico, mercante o notaio, a metterne per iscritto la vita e la gran quantità di motti e lepidezze da lui pronunciati, dai quali emergeva una rustica saggezza e una grande schiettezza che ne facevano una sorta di filosofo naturale.

Una sistemazione teorica dell’arte di raccontare facezie, ritenuta fondamentale per l’uomo di corte, sarà proposta agli albori del secolo XVI Giovanni Gioviano Pontano e da Baldassarre Castiglione. Il primo nel De sermone discorre del riso e delle sue fonti, delle varie specie di facezie e dei loro fondamenti etici, ricorrendo ad un’ampia esemplificazione tratta in egual misura da fonti classiche, dalla tradizione popolare e da ricordi personali.

Quanto al Castiglione, l’intera seconda parte del libro II del suo capolavoro Il Cortegiano, è dedicata ad un’ampia trattazione di questa materia. Egli individua la funzione catartica del riso (inteso come necessaria componente di un equilibrio psicologico) e nello stesso tempo attribuisce alle facezie il carattere di un raffinato ed aristocratico gioco, sempre attento a non eccedere la misura del buon gusto.

Dopo una rigogliosa fioritura durata circa un secolo e mezzo, il genere tende a trasformarsi rapidamente e la facezia trasmigra in libretti a carattere semipopolare, proponendosi scopi di puro divertimento del lettore. Esempi di questo tipo sono Il fuggilozio del napoletano Tommaso Costo e L’Arcadia in Brenta del veneziano Giovanni Sagredo.

Nel XVIII secolo la gran diffusione dell’epigramma coincise con la scomparsa delle raccolte di facezie che non fossero animate da un preciso intento satirico. Il genere conservò qualche spazio soltanto su periodici ed almanacchi, anche se è legittimo ipotizzare una robusta sopravvivenza della materia nella tradizione orale.

A questo punto capisci bene, caro lettore, che in considerazione di una così lunga storia del tema, non era proprio il caso di coltivare l’ossessione della novità ad ogni costo; qui, infatti, troverai storielle riferite a personaggi ormai non più d’attualità o addirittura morti da tempo, senza contare la lunga schiera di gerarchi fascisti d’ogni paese e i notabili della nomenklatura sovietica; sarebbe stato un vero peccato tralasciare un simile patrimonio di creatività.

Ho poi indirizzato la mia scelta verso quelle barzellette che “raccontano una storia”, per quanto assurda e improbabile possa essere, conscio che ogni barzelletta mostra un angolo inedito di realtà, una delle infinite potenzialità dell’essere, che spesso risulta più affascinante della piatta quotidianità. Ecco dunque tante storielle che presentano situazioni “di margine”, che sono frutto di un uso della fantasia ai limiti del funambolico, che mostrano avvenimenti così ridicolmente strampalati che paiono piccole, deliziose fiabe dell’assurdo.

Oppure ancora ho scelto storielle strutturate come dei piccoli contes philosophiques tesi ad evidenziare i difetti degli uomini; anche se talvolta ho dovuto pagare il prezzo di avallare una più o meno gretta forma di moralismo. Ad un certo momento sono stato tentato dall’idea di organizzarle secondo una divisione che s’ispirasse alla concezione canonica dei sette peccati capitali. Idea che si è dimostrata irrealizzabile perché vi sarebbe stata un’irritante disparità: nei confronti di alcuni vizi, un tempo ritenuti gravissimi, oggi noi mostriamo una sorprendente indulgenza (gli esempi più clamorosi sono la gola e l’accidia), mentre il vizio più assiduamente frequentato nelle barzellette è la lussuria.

Lo è al punto che mi sono ripetutamente chiesto, senza peraltro riuscire a darmi una risposta: perché mai le barzellette che ci fanno sbrodolare dalle risate sono inevitabilmente quelle cosiddette sconce? Non ci è dato saperlo (o forse sì?), ma rimane il fatto che esse hanno una consistente presenza anche in questa raccolta, nonostante un vano sforzo di limitarne lo straripare, perché le barzellette “sporche” hanno il difetto che, una volta messe su carta, divengono spesso insopportabilmente grevi.

Una vigilanza ancora più stretta è stata operata nei confronti di un genere che pure ha numerosi estimatori, soprattutto nei paesi anglosassoni, incentrato su tutto il cerimoniale legato alle evacuazioni e ad altre piacevolezze quali vomiti, scaracchi, lebbrosari e via elencando; credo, infatti, che questi temi siano più spesso subìti che graditi dagli ascoltatori.