MOSTRA "Gli occhi della Follia"
Giullari e buffoni di corte nella storia e nell’arte
A cura di Tito Saffioti - Biblioteca Nazionale Braidense - Milano via Brera, 28 - dal 12/11 al 6/12/2013

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La mostra organizzata da Tito Saffioti ha avuto la collaborazione di Elena Di Venosa, Donatella Falchetti, Gabriella Fonti, Anna Torterolo, Laura Zumkeller

I curatori ringraziono per i prestiti: Maurizio Carnevali, Dario Fo, Guglielmo Invernizzi, LuigiRevelant, Franco Trincale

Nella mostra sono stati esposti preziosi manoscritti miniati, incunaboli, cinquecentine, stampe, dipinti, e tanto altro materiale sulla storia e il modo dei giullari.

Esposte alcune marottes (il tipico bastone giullaresco che serviva al buffone come alter ego per improvvisare irriverenti dialoghi), un telo da cantastorie di Franco Trincale sulla "Baronessa di Carini", una scultura in bronzo di Maurizio Carnevali e anche un quadro di Dario Fo.

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Tito Saffioti

Dopo la grande stagione del mimo latino e del teatro classico di Plauto e Terenzio, un lungo, quasi ininterrotto, silenzio cala sulla storia del teatro nell’Europa cristiana, attraversando i secoli che vanno dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente fino al XV secolo circa.

In questo periodo assistiamo alla dissoluzione dell’istituzione teatrale in una teatralità diffusa e itinerante, di cui sono protagonisti esclusivi mimi, histriones e joculatores.

Gli edifici teatrali erano stati abbandonati fino a cadere in rovina, come testimonia sant’Agostino che, nel descrivere questi eventi (di cui è stato con ogni probabilità testimone oculare), non riesce a nascondere la sua soddisfazione: “In quasi in tutte le città cadono i teatri, sentine di luridume e cattedre pubbliche di delitti; e cadono anche le piazze e le mura, dove si prestava culto ai demoni. E perché mai cadono se non perché sono venute a mancare le cose mediante le quali con uso licenzioso e sacrilego erano state costruite?”

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Ne seguì un tempo lunghissimo durante il quale gli unici eventi che tennero memoria di quella straordinaria stagione, furono gli spettacoli che venivano improvvisati nei crocicchi delle strade, nelle aie di paese e nelle corti signorili da giullari e buffoni.

L’affermazione di questo assunto equivale a riconoscere a costoro un merito di non piccola misura.

È questo anche lo scopo che si propone questa mostra, di attribuire, cioè, a queste spesso umili figure il valore della loro attività.

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In effetti il cristianesimo si oppose strenuamente alla loro attività: le interdizioni, soprattutto da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche e dai padri della Chiesa, fioccavano e venivano ripetute in ogni Concilio e in ogni opera filosofica e storica.

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Ma proprio la necessità di ribadire continuamente l’avversità a questi spettacoli (ai quali non si può peraltro negare una larga componente di scurrilità), dimostra l’impossibilità di stroncare un’attività che evidentemente era molto amata e apprezzata sia dalle classi popolari, sia da quelle egemoni, laiche ed ecclesiastiche.

Non era infatti infrequente il caso che i giullari venissero accolti e remunerati nei monasteri e nelle abbazie, allo scopo di aiutare i monaci a vincere il tedio del chiostro.

Il giullare ha rappresentato il polo laico della cultura medievale, praticamente l’unico contraltare alla figura del chierico.

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Sotto i suoi abiti colorati, i campanelli e le piume che ne guarnivano il cappello, si celava dunque l’opera di persone che hanno reso un grande servizio alla storia culturale dell’Occidente europeo.

In Italia fin dai tempi più antichi il termine “giullare” è stato usato come una specie di contenitore per indicare numerose figure di professionisti dello spettacolo.

Nella nostra lingua soffre inoltre di una duplice, impropria, sinonimia: da una parte lo si accosta al termine “buffone” e dall’altra a “trovatore”.

Tuttavia si può notare che le due coppie giullare-buffone e giullare-trovatore non ammettono anche l’equivalenza buffone-trovatore, e ciò testimonia dell’esistenza di una sfumatura di significato anche nel parlare comune.

Per giullare, infatti, si intende un professionista dell’intrattenimento che girava liberamente per paesi e città.

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La sua era una vita difficile e stentata, ma in alcuni casi esso poteva vantare una significativa dignità artistica e una discreta libertà espressiva.

Il buffone era colui che veniva assunto per tempi più o meno lunghi da un signore e operava dunque all’interno di una corte.

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È chiaro che questa sua dipendenza lo obbligava a tenere conto della volontà del suo “datore di lavoro” e ad adattarsi ad essa.

L’ira dei potenti, come si sa, può essere terribile e non sempre bastava lo scudo della più o meno reale “pazzia” degli stessi ad evitare punizioni che potevano essere anche molto dure.

Tuttavia i buffoni di corte più apprezzati potevano raggiungere una discreta agiatezza economica, anche perché i signori dovevano fare mostra di liberalità, cioè larghezza nel dare, perché ciò era considerato un segno di nobiltà.

Il trovatore, infine, era colui che creava, ovvero “trovava” (come si diceva allora), i testi poetici che poi faceva eseguire da un giullare, oppure interpretava egli stesso accompagnandosi con uno strumento musicale.

Tito Saffioti

Si possono altresì documentare alcune differenze di classe sociale tra giullari e trovatori, in quanto quest’ultimo poteva anche essere persona d’alto lignaggio, (per esempio Guglielmo IX d’Aquitania era il più potente signore francese del suo tempo), o comunque provenire dalla borghesia o dal basso clero, mentre l’origine sociale dei giullari era solitamente più umile.

In Italia fin dai tempi più antichi il termine “giullare” (parola che è ricalcata semanticamente su joculator) è stato usato per indicare numerose figure di intrattenitori.

Vediamone alcuni: istrioni, mimi, ciarlatani, saltimbanchi, imbonitori, cantastorie, domatori e ammaestratori d’animali, acrobati, giocolieri, burattinai, prestigiatori, lottatori, danzatori.

Il giullare doveva possedere molte arti, ma quella in cui doveva eccellere assolutamente era quella di saper incantare il pubblico di villici o di borghesi per portarlo ad aprire la borsa.

Soltanto questo garantiva la sua sopravvivenza.

Tito Saffioti