TROPPI LIBRI?
in L'Esopo. Rivista trimestrale di bibliofilia, n. 50, giugno 1991, pp. 63-66.

Il mio libraio, dal quale mi ero recato per ordinare un prezioso volumetto di storia della letteratura medievale purtroppo mai tradotto in italiano dallo spagnolo, si lascia andare ad alcune confidenze sulle difficoltà della sua professione: “Escono troppi libri - afferma con aria dolente - non si riesce più a tener dietro alla produzione degli editori.

Ogni giorno devo ricevere sei-sette rappresentanti e ognuno di loro cerca di rifilarmi decine e decine di titoli, ma come si fa... Qui lo spazio è quello che è...”

Gli rivolgo alcune generiche frasi d’incoraggiamento e di comprensione ma, al momento di uscire, non posso fare a meno di ricordare un provocatorio intervento di Valerio Riva sul Corriere della Sera di alcuni anni fa, la cui tesi di fondo affermava che in Italia si legge poco perché si pubblicano troppi pochi libri.

Benché Riva avesse supportato questa sua affermazione con eloquenti cifre di confronto sia con la situazione in altri paesi, sia in relazione a precedenti situazioni storiche (traendole dal volume di Stefano Mauri, Il libro in Italia (Milano, Hoepli, 1987), l’articolo produsse un effetto simile a quello di un sasso gettato in uno stagno.

La reazione fu immediata e vivacissima, il nostro fu rimbeccato da più parti talvolta con ferocia, talaltra in punta di penna e senza neanche l’onore della citazione diretta.

Fra coloro che utilizzarono l’arma del fioretto, di cui era peraltro un godibilissimo tiratore, ci fu Beniamino Placido, che sulle pagine di Leggere (maggio 1988), dopo aver sostenuto: “Si stampano troppi libri. Si pubblicano troppi libri. Si recensiscono troppi libri”.

Proseguì in questi termini: “Qualche buontempone caposcarico ha suggerito [...]: visto che si pubblicano troppi libri, che perciò non si vendono (e non si leggono), pubblichiamone ancora di più: così si venderanno e si leggeranno tutti.

Come dire a un agricoltore, afflitto da crisi di sovrapproduzione: produci troppo grano, troppo olio, troppo vino? Ebbene, sai che cosa devi fare per vendere e svuotare il magazzino?

Devi produrre ancora di più”.

Francamente è difficile capire chi abbia ragione, anche se è comprensibile che gli addetti ai lavori possano provare sazietà nei confronti delle novità librarie.

Molti di essi vivono questo problema oppressi da una vera e propria sindrome da accerchiamento.

Probabilmente altrettanta angoscia, al punto da sfiorare la mania di persecuzione, si insinua negli animi di manager di case editrici, giornalisti e lettori di professione che, poveretti, non trovano il tempo di visionare i libri che vorrebbero, in quanto assediati dalla necessità di leggere, a fini di recensione, un’enorme quantità di volumi, compito cui non osano sottrarsi per doveri di amicizia o di gratitudine.

Un’interpretazione più maliziosa di tale atteggiamento venne proposta dallo stesso Riva, il quale avanzò l’ipotesi che esso abbia la sua origine nel desiderio inconfessato di far parte di un’aristocrazia ristretta di lettori che trovano importuno l’irrompere delle masse nel mondo della cultura, e che dunque si tratti di un atteggiamento fondamentalmente antidemocratico.

Ci pare peraltro singolare che a lamentarsi dell’eccessivo proliferare di pubblicazioni siano sovente scrittori che già vedono le loro opere affollarsi sui banchi dei librai.

Che temano per una eccessiva concorrenza alle loro creature, che certo avrebbero modo di risplendere con maggior brillantezza in più desertiche vetrine?

Forse a non pensarla così sono le migliaia di sconosciuti autori che hanno distillato dalle proprie carni il manoscritto che tengono ormai gelosamente nel cassetto, in quanto è stato rifiutato da decine di case editrici che, forse, non lo hanno neanche letto.

Parrebbe comunque che gli addetti ai lavori non abbiano tutti i torti, di libri in circolazione ce ne sono davvero molti, tanto da far sognare i tempi beati in cui i torchi degli editori non muggivano continuamente sotto gli sforzi inauditi cui sono sottoposti oggigiorno.

Mossi da questo dubbio, siamo andati a scartabellare in biblioteca per cercare conforto nelle parole degli antichi. Ecco dunque cosa scriveva nel 1927 Fernand Vandérem (in La littérature): “Si osserva oggigiorno, nel campo delle lettere, una inflazione crescente di pubblicazioni, che segue esattamente quella della moneta, con lo stesso fenomeno di deprezzamento del prodotto”.

Un’interpretazione un po’ troppo a carattere economico, per la verità, da non tenere in troppa considerazione.

A questo punto ci sono venute in mente le parole di Karl Kraus, che nel suo Detti e contraddetti (1909), aveva scritto: “Ma dove troverò mai il tempo di non leggere tante cose?”

Ma, si sa, Kraus era uno spirito bizzarro che amava dire certe cose per il gusto del paradosso, forse è meglio cercare altrove.

Nel 1848 Edgar Allan Poe così si esprimeva: “L’enorme moltiplicarsi dei libri in ogni ramo dello scibile è uno fra i peggiori flagelli dell’età nostra, uno dei più seri ostacoli al raggiungimento d’ogni conoscenza positiva” (Marginalia).

Oddio, è anche vero che nemmeno Poe può essere considerato uno molto sano di mente, con tutto quel suo gusto dell’orrore...

Vediamo pertanto cosa annotava il buon Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone nel lontano 1827:

“Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi, sian pure eccellenti [...].

La sorte dei libri oggi, è come quella degli insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre tre o quattro giorni; ma sempre si tratta di giorni”.

Ma è certo che anche Leopardi, poverino, con quella gobba che si ritrovava, non poteva non soffrire di manie di persecuzione...

È pur vero però che a lui faceva eco Karl Julius Weber: “Una volta la rarità dei libri era vantaggiosa al progresso della scienza; adesso è la loro abbondanza che confonde e impedisce il pensiero personale” (Demokritos, II, 26).

Ma, si sa, l’Ottocento fu un secolo in cui vi fu un autentico boom editoriale, vediamo nel Settecento cosa si pensava a questo proposito.

In un suo aureo libretto recentemente ristampato nelle edizioni Sellerio con il titolo Del furore d’aver libri, il sacerdote e bibliofilo Gaetano Volpi si lamentava di un presunto: “eccessivo prurito di stampare che oggidì da per tutto alligna”.

Anche alla pungente lingua di François-Marie Arouet, detto Voltaire, si attribuisce una frase di questo genere, a suo dire: “La moltitudine dei libri ci rende ignoranti”.

Sempre a quell’epoca, il dotto pontefice Clemente XIV aveva fatto apporre all’ingresso della sua libreria la seguente scritta: “Non plures sed bonos” (Non molti ma buoni).

Torniamo ancora più indietro nel tempo e vediamo che cosa succede:

in pieno Seicento Charles de Saint Evremont nella sua autobiografia aveva affermato che:

“La vita è troppo breve, a parer mio, per leggere ogni sorta di libri e caricarsi la memoria d’un’infinità di cose, a spese del proprio buon giudizio”.

A lui fa eco Salvator Rosa nelle sue Satire: “A che di libri più crescer lo stuolo? Purché insegnasse a vivere e morire, soverchierebbe al mondo un libro solo”.

Nel Cinquecento Francesco Bacone sbottava: “Alcuni libri vanno assaggiati, altri divorati, pochissimi masticati e digeriti” (Essays, 50). Saggio consiglio per evitare indigestioni di libri. Ma perfino a cavallo fra Quattro e Cinquecento Erasmo da Rotterdam scriveva:

“Nunc adeamus bibliothecam, non illam quidem multis instructam libris, sed exquisitis". (Andiamo ora in biblioteca, non quella in verità fornita di molti libri, ma scelti con cura).

Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima!

A quell’epoca era stata da poco inventata la stampa a caratteri mobili e i libri si erano moltiplicati a dismisura... Certamente prima della diabolica invenzione di Gutenberg il problema era certamente l’opposto, gli studiosi dovevano soffrire di una penuria di libri spaventosa.

Andiamo a vedere cosa scriveva Plinio il giovane nel primo secolo avanti Cristo; in una delle sue Epistole, egli invitava a leggere: “multum (cioè approfonditamente), non multa (cioè troppe cose)”.

E perfino Lucio Anneo Seneca qualche anno prima aveva scritto in una sua lettera: “Distrahit animum librorum multitudo”. (La moltitudine di libri distrae l’animo).

Ma, ahinoi, perfino la parola divina ammonisce in questo senso: “Faciendi plures libros nullus est finis”, (Scrivendo molti libri non vi è mai fine, Ecclesiaste, XII, 12).

Crediamo che a questo punto non vi possano essere più dubbi e che la bilancia penda decisamente dalla parte degli addetti ai lavori: i libri sono troppi. O no?