TORTURA E PENA DI MORTE
I sostenitori delle pene “estreme” ne affermano la funzione pedagogica e di dissuasione a delinquere nel timore di subire la stessa sorte. La storia però dimostra il contrario, in Il Calendario del Popolo, a. 64°, n. 740, aprile 2009, pp. 25-26.

pena di morte

Il cinque gennaio 1757 il re di Francia Luigi XV si reca al Trianon di Versailles per fare visita alla figlia Vittoria, che soffre per un’indisposizione.

Quando il buio è ormai calato nella fredda serata invernale, si avvia attraverso il parco per risalire sulla carrozza, quando un uomo si infila tra le guardie che fanno ala al passaggio del re.

Con un coltellino lungo poco più di otto centimetri lo colpisce sul fianco destro:

“Duca d’Ayen, sono stato colpito da un pugno!” Grida il re.

Poi porta la mano al fianco e la ritira piena di sangue:

“Sono stato ferito, ed è quest’uomo che mi ha colpito, grida, arrestatelo, ma non uccidetelo!”

Il feritore del re si chiama Robert-François Damiens. E' un ex militare che aveva lavorato come domestico presso il Collegio dei gesuiti di Parigi, e che affermerà sempre di non aver avuto complici e di aver progettato il suo gesto da solo: “Voglio morire come Gesù tra i tormenti e il dolore”, afferma.

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In questo suo desiderio sarà servito a dovere e le terribili torture che gli verranno inflitte dureranno molte settimane finché, il 28 marzo, sarà giustiziato sulla piazza di Grève, a Parigi (oggi piazza de l’Hotel de Ville).

La sentenza che lo condanna ordina che egli sia “condotto e posto su una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera del peso di due libbre”, poi, sul patibolo, sarà “tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento”.

Nel corso di questo trattamento al condannato non sfuggì alcuna bestemmia, ma solo terribili grida di dolore e invocazioni del tipo:

“Mio Dio, abbi pietà di me; Gesù soccorrimi!”.

Nel frattempo il curato della chiesa di san Paolo non cessava un solo momento di consolare il condannato, allo scopo di fargli confessare i nomi dei suoi presunti complici.

Altri particolari li aggiunge un sottufficiale di cavalleria che fa parte della guardia incaricata di mantenere l’ordine:

“Venne acceso lo zolfo, ma il fuoco era così debole, che la pelle, del disopra delle mani solamente, non fu che assai poco danneggiata.

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Poi, un aiutante del boia, le maniche rimboccate fino al di sopra del gomito, prese delle tenaglie d’acciaio fatte apposta, di circa un piede e mezzo di lunghezza, lo tanagliò prima al grasso della gamba destra, poi alla coscia, in seguito alle mammelle. Questo aiutante, benché forte e robusto, fece molta fatica a strappare i pezzi di carne, che prendeva con le sue tenaglie due o tre volte nello stesso posto, torcendo, e quello che egli toglieva formava ogni volta una piaga della grandezza di uno scudo da sei lire”.

Su queste piaghe veniva poi gettata con un cucchiaio di ferro un po’ di quella droga bollentissima.

Furono poi legate delle robuste corde alle gambe e strette più forte che si potè, procurandogli altri atroci dolori, e poi furono legate a quattro cavalli, che erano tenuti ciascuno da un aiutante. Ad un segnale convenuto, i cavalli presero a tirare ognuno in una direzione, senza tuttavia che si riuscisse a squartare il corpo.

Dopo un quarto d’ora, l’operazione fu ripetuta e poi ancora più volte, sempre con lo stesso risultato.

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Infine si decise di invertire la direzione dei cavalli: quelli del braccio destro verso la testa, quelli delle cosce verso le braccia, il che gli procurò la rottura delle giunture. Di tanto in tanto egli alzava la testa e si guardava. Poi si fu costretti ad aggiungere altri due cavalli, ma ancora senza risultato.

Alla fine Sanson, il boia, si rivolse verso il sieur Le Breton chiedendogli se voleva che lo facesse tagliare a pezzi. Ma questi diede ordine che si facessero nuovi sforzi, il che fu fatto. Ma i cavalli scartarono e uno cadde sul selciato.

A tale vista una signora del pubblico, impietosita, esclamò ad alta voce: “Ah, Gesù, povere bestie, come devono soffrire!”

I cavalli allora portarono via gli arti così mozzati e in seguito si fece lo stesso con le braccia: bisognò tagliare le carni fin quasi all’osso e poi i cavalli, tirando a tutta forza, staccarono prima il braccio destro e poi l’altro.

Staccate queste quattro parti, i confessori scesero per parlargli, ma l’aiutante disse che era ormai morto, ma la verità è che io vedevo l’uomo agitarsi e la mascella inferiore andare avanti e indietro come se parlasse.

Uno degli aiutanti disse perfino che poco dopo che, quando avevano preso il corpo per gettarlo sul rogo, era ancora vivo.

I pezzi di carne e il tronco hanno impiegato circa quattro ore a bruciare".

A questo spettacolo assisteva una gran folla e la piazza era ricolma di gente di ogni tipo, operai e popolani, uomini e donne. Naturalmente i nobili e i ricchi borghesi preferivano assistere dai balconi e dalle finestre che vi si affacciavano.

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Su uno di queste vi era un personaggio d’eccezione in compagnia di alcuni amici: l’italiano Giacomo Casanova, che ha narrato quanto segue nelle sue memorie.

Egli stava corteggiando una graziosa fanciulla parigina e, caduto il discorso sulla prossima esecuzione di Damiens, ebbe modo di verificare che lei, la zia e una terza signora di nome Lambertini fossero “tutte curiose dell’orrendo spettacolo”.

Cogliendo al volo l’occasione di mostrarsi galante verso l’oggetto delle sue attenzioni, egli offrì loro la possibilità di assistervi da un luogo privilegiato dal quale avrebbero potuto vedere a loro agio tutto lo spettacolo. Ottenuta un’entusiastica adesione, egli si precipita nella piazza di Grève e affitta per tre luigi una buona finestra posta nell’ammezzato di un’abitazione che vi si affacciava.

Il giorno dell’attuazione della sentenza, di buon mattino, la compagnia, di cui fa parte un conte trevigiano di nome Tiretta, si reca in carrozza sul luogo.

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Ma diamo ora la parola all’avventuriero:

“Arrivati, le signore si sistemarono tutte e tre alla finestra, stringendosi e appoggiandosi sui gomiti al davanzale per non impedire a noi la vista.

Alla finestra si accedeva con due gradini: le signore stavano sul secondo e noi anche, alle loro spalle, perché se ci fossimo messi sul primo non avremmo visto nulla. Ho i miei bravi motivi per raccontare al lettore questo dettaglio.

Avemmo la pazienza di assistere per quattro ore filate all’orrendo spettacolo, di cui non parlerò, perché sarebbe troppo lungo e del resto è noto a tutti. […]

Al supplizio di Damiens dovetti torcere lo sguardo quando lo udii urlare ridotto ormai a un troncone, ma la Lambertini e la signora XXX non voltarono gli occhi, e non per crudeltà.

Mi dissero, e io dovetti fingere di credervi, che non erano riuscite a provare neanche un briciolo di pietà per un simile mostro, tanto grande era il loro amore per Luigi XV.

La verità, invece, è che Tiretta tenne così stranamente occupata durante tutta l’esecuzione la signora XXX che forse per colpa sua lei non osò né muoversi né volgere il capo.

Standole incollato alle spalle, egli le aveva sollevato la veste per non calpestarla coi piedi, e questo andava bene. Ma poi, sbirciando, notai che gliel’aveva sollevata un po’ troppo.

Allora, deciso a non interrompere l’opera del mio amico e a non mettere nell’imbarazzo la signora, mi sistemai dietro la mia adorata in maniera da dare a sua zia la sicurezza che né io né sua nipote potevamo vedere ciò che le faceva Tiretta.

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Udii per due ore intere un fruscìo di vesti e, trovando la cosa molto divertente, rimasi fermo come mi ero proposto. Tra me ammiravo lo stomaco, ancor più che il coraggio, di Tiretta, perché coraggio ne avevo avuto spesso quanto lui”.

Il seguito della vicenda è tutto impostato sulle lamentazioni della signora oggetto di queste particolari attenzioni.

La matura nobildonna si lagnerà, infatti, per il fatto che esse, data la posizione in cui era avvenuto il fatto, fossero inevitabilmente dirette verso l’orifizio, diciamo così, non canonico.

Sulla sorte del povero Damiens nessuno spenderà più una sola parola.

I sostenitori dell’utilità della pena di morte, soprattutto se pubblicamente eseguita, hanno da sempre affermato che essa abbia una funzione in qualche maniera pedagogica, contribuendo a dissuadere chiunque a delinquere nel timore di dover subire la stessa sorte.

Alla luce di quanto abbiamo visto, non pare proprio che i protagonisti di questa storia abbiano ricavato una lezione di moralità.

Ancora una volta bisogna riconoscere che tanta cieca brutalità serve solo a suscitare, nel migliore dei casi, stimoli libidinosi e, nel peggiore, un ulteriore desiderio di violenza.