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Articolo pubblicato nella rivista Medioevo. Un passato da riscoprire. Anno 12, n. 12, Dicembre 2008, pp. 108-115.

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Il cronista perugino quattrocentesco Francesco Matarazzo riteneva essere “atto de vero signore” il possedere, oltre a “cavalli, muli, cani, sparvieri, uccelli e strani animali” anche “buffone e cantore”. Sulla base di questo diffuso convincimento, tutti coloro che erano, o volevano apparire, “veri signori” si premuravano di accogliere nelle loro corti intrattenitori di ogni tipo.

Se era un vanto avere una scuderia piena di scalpitanti puledri o un serraglio popolato dai più rari animali esotici, altrettanto importante era poter stupire i propri ospiti ostentando il possesso di frotte di nani, folli e buffoni di corte, i quali spesso “godevano” di un trattamento altrettanto accurato di quello riservato agli animali più pregiati.

Si badi, però, noi oggi siamo abituati ad attribuire alla gente dello spettacolo quasi una collocazione da semidei, non per nulla li chiamiamo “divi” (parola che è la contrazione di “divini”), ma non è sempre stato così.

Per tutto il medioevo, il giullare ha sofferto di una clamorosa ambiguità sociale.

Era un fattore di disordine morale perché non apparteneva a nessuno dei tre ordini in cui si divideva la società: oratores, bellatores, laboratores (sacerdoti, guerrieri, contadini) e come tale era considerato ai margini della stessa, quando non addirittura fuori.

Da una parte erano blanditi e accolti nelle corti con liberale larghezza e donazioni perché soddisfacevano una delle necessità più elementari della natura umana: il bisogno di distrarsi e di divertirsi. Dall’altra subivano pesanti interdizioni tese a limitare o a reprimere totalmente la loro attività.

I giullari erano avversati dalle gerarchie ecclesiastiche perché usavano il corpo e la gestualità allo scopo di procurarsi denaro in una società in cui il corpo era piuttosto oggetto di penitenza perché considerato un fardello che frenava l’elevazione dell’anima.

La proibizione di assistere ai loro spettacoli era perentoria, ma, si sa, la carne è debole e pare invece che la compagnia di giullari e buffoni fosse assai gradita a chierici e prelati, tanto che li accoglievano di buon grado fra le severe mura delle loro dimore.

Cacciati a pugni e calci

Si narra (cfr. Anthony A. Wood, Historia et Antiquitates Universitatis Oxoniensis, Oxford, 1674) che nell’Inghilterra del XIII secolo due frati itineranti fossero stati sorpresi dalla pioggia mentre attraversavano un fitto bosco.

Bagnati fino al midollo e intirizziti per il freddo, giungono finalmente alle porte di un convento benedettino, dove supplicano accoglienza per non morire di freddo e di fame. Il portinaio, vedendoli così male in arnese, con vesti cenciose e dall’accento straniero, li scambiò per dei buffoni. Corse dal priore a riferire e poco dopo lo stesso priore, assieme al sacrista, al dispensiere e altri monaci, si diressero alla porta e di buon grado li fecero entrare.

anthonie de later

Ma i due, severi e compunti, si affrettarono a disilluderli: non erano degli omiciattoli di tal genere, ma avevano come unico scopo quello di servire il Signore. Udito ciò quei benedettini, sentendosi defraudati di un allegro spettacolo, li cacciarono dal convento a pugni e a calci.

Papi, Cardinali, Vescovi

Il desiderio di godere di questi spettacoli profani era tale da spingere alcuni alti prelati ad assumere menestrelli e intrattenitori come membri stabili della propria corte. Tale uso fece inorridire il pio Carlo Magno, che emanò un capitolare teso a proibire esplicitamente a vescovi, abati e badesse (!) di possedere cani, falconi, sparvieri e giullari.

Nonostante queste invettive, tra tardo medioevo ed età moderna nani, folli e buffoni faranno parte a pieno titolo delle corti di vescovi, cardinali e perfino papi. Di Giovanni de’ Medici, che tenne il papato col nome di Leone X, quella linguaccia dell’Aretino ebbe a dire che era arduo capire “che più gli dilettasse, o le virtù dei dotti, o le ciance de i buffoni”. Leone si beava, infatti, della compagnia di intere schiere di buontemponi di ogni tipo, fra i quali aveva posto preminente il celeberrimo fra Mariano Fetti, che egli apprezzava al punto da concedergli il lucroso e poco impegnativo incarico di piombatore apostolico.

Tale ufficio consisteva nel sigillare le bolle papali e richiedeva pochissimo impegno, tanto che di solito era riservato ad artisti di rinomata fama allo scopo di lasciarli liberi di creare le opere più impegnative. Si pensi che prima di lui era stato tenuto dal Bramante e dopo fu affidato a Sebastiano Luciani, detto appunto Sebastiano del Piombo.

Durante una cena alla quale erano presenti numerosi cardinali, vescovi e altrettante cortigiane, eccolo salire sulla tavola riccamente imbandita e mettersi a correre da un capo all’altro menando delle gran sventole a quei principi della Chiesa, senza risparmiare nessuno di quella rubiconda sequenza di nobili visi paonazzi per la sovrabbondanza di cibo, di vino e di convulse risate. Lui stesso e gli altri commensali si divertono poi a lanciarsi l’un verso l’altro pollastri arrosto e usare sughi e minestroni per imbrattarsi il viso e le vesti.

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L'abbigliamento del buffone

L’abbigliamento del buffone è quanto di più vistoso si possa immaginare: egli indossa un cappello a cono adorno di vistose orecchie d’asino. Sulla sommità del berretto talvolta vi è una testa di gallo. I suoi abiti sono vivacemente multicolori, con una prevalenza per le tinte molto sgargianti. Nella mano brandisce la sua inseparabile marotte, il tipico bastone sulla cima del quale era raffigurato un volto umano con il quale è facile immaginarlo mentre si intrattiene in farseschi dialoghi contraffacendo entrambe le voci. La marotte era una sorta di alter ego del buffone e nel contempo era anche la parodia dello scettro regale, ma la sua forma fallica nascondeva altri e più reconditi significati. Questa “divisa” prevedeva anche campanelli sul copricapo, sulla giubba o perfino nei calzari. E qui vale la pena di ricordare che anche i lebbrosi dovevano portare dei campanelli per avvertire del loro arrivo e consentire alla popolazione di evitare ogni contatto.

Il termine “giullare” è una definizione generica che serve a indicare molti mestieri diversi. Nella nostra lingua soffre inoltre di una duplice sinonimia: da una parte è accostato al termine “buffone” e dall’altra a “trovatore”. Anche se noi stessi useremo i termini “buffone” e “giullare” in alternanza per evitare stucchevoli ripetizioni, è bene precisare che per buffoni intendiamo coloro che lavoravano presso una corte signorile, in qualche maniera stipendiati e mantenuti per i loro servizi.

I giullari invece erano vaganti ed esercitavano il loro mestiere nelle piazze di città e nelle aie di campagna, anche se occasionalmente potevano essere accolti da questo o quel signore ed esibirsi davanti ad un pubblico d’élite.

Il trovatore infine era colui che inventava o, come si diceva allora, “trovava” i testi poetici, testi che poi cantava direttamente o faceva eseguire da altri. Il trovatore poteva essere anche un signore di alto lignaggio, uno dei primi trovatori fu, infatti, Guglielmo IX duca d’Aquitania, probabilmente il più potente signore francese del suo tempo.

Per il ruolo di buffone i nani e i dementi erano di gran lunga preferiti. La bruttezza, la follia e la deformità fisica suscitavano un riso crudele ed erano apprezzate tanto quanto la fedeltà in un cane o lo splendore del piumaggio in un pavone, e dunque in proporzione cresceva il loro valore economico.

In ogni tempo e in ogni luogo

Giullari e buffoni hanno percorso in lungo e in largo la storia e la geografia del mondo intero, scorrazzando attraverso i secoli e i millenni e approdando nei lidi più lontani dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, anche se, a causa del nostro sguardo inguaribilmente eurocentrico, noi tendiamo a rinchiuderli nell’angusto spazio dell’Europa medievale e rinascimentale. In realtà un’irrefrenabile vitalità li ha portati ad affermarsi in un territorio e in un tempo assai più ampi e il loro un multiforme trasformismo ne ha consentito la sopravvivenza fino ai giorni nostri, dove hanno indossato i panni del clown da circo e degli artisti di strada, impersonato il jolly delle carte da gioco o assunto le vesti di certi imbonitori televisivi.

La loro presenza è documentata dall’Egitto dei faraoni alla Russia del tardo Ottocento, dall’America precolombiana alla Cina imperiale. I buffoni accompagnavano i re unni nel corso delle loro scorribande nei territori che Roma non era più in grado di difendere, e vivevano lautamente nei palazzi di Bisanzio. Altri seguivano le armate di Solimano il Magnifico o sedevano alla mensa del generale ateniese Callia.

Nelle corti d’Europa una variegata fascia di umanità si muoveva alla ricerca di una fonte di mantenimento: giullari, danzatori, menestrelli, giocolieri, astrologi, poetastri e scrocconi di ogni tipo erano in competizione fra loro per strappare una moneta o un dono e in cambio soddisfacevano varie esigenze.

Davano la possibilità al signore di fare mostra di liberalità, e la generosità era considerata un tratto ineludibile di nobiltà. Ma la funzione primaria era ovviamente quella di rispondere al bisogno di ricrearsi nelle pause dell’attività di governo, e lo si faceva alle spalle di queste figure.

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Bisogna, infatti, osservare che non sempre il buffone era soggetto creatore di umorismo, un attore cosciente del suo ruolo e della sua professionalità, molto più spesso era semplice oggetto di scherzi anche pesanti che lui doveva sopportare di buon grado per guadagnarsi il pane. Si può dire che esso rappresentasse una sorta di ricettacolo per dare libero corso alla cattiveria dei signori e una valvola di sfogo per le loro frustrazioni. Sembrerebbe quasi che la figura di un “matto” in vesti ufficiali servisse a tranquillizzare sulla propria superiorità e sulla propria sanità di mente, mentre sappiamo bene quanto e quanto spesso la follia del potere abbia colpito re e potenti. Il signore, guardando il buffone-folle e vedendolo diverso da sé poteva pensare: se lui è pazzo ed è diverso da me, significa che io non sono pazzo.

Il rapporto tra il buffone e il suo signore poggiava su un terreno di notevole complessità perché i confini tra sanità e follia sono separati da un filo d’aria, in realtà essi essi erano le due facce di una stessa medaglia: pur essendo l’uno sulla sommità, l’altro alla base della scala del potere, erano legati da un filo indissolubile e i loro ruoli erano speculari, come testimonia questo episodio relativo al re di Francia Carlo III il Semplice. Un giorno il re fece notare al suo buffone Jean come la sua influenza su di lui fosse davvero rilevante: “Varrebbe quasi la pena, gli dice, di scambiarci i ruoli, tu dovresti fare il re e io vestire il tuo abito multicolore”. Invece di vedere il volto di Jean illuminarsi per l’allettante prospettiva, ne scorge uno sguardo pieno di perplessità. “Cosa c’è, ti spaventa il peso delle responsabilità che il mio ruolo richiede?” Chiede Carlo “No, è che...” “Ebbene, parla dunque!” Si spazientisce il sovrano “È che se io diventassi re, poi dovrei avere un buffone come te!”

Dire cose sgradite ai potenti, equivale a muoversi sul filo di un rasoio: si può ottenere una risata liberatoria, ma anche scatenare l’ira più cieca. Era pertanto necessario proteggersi per quanto possibile con lo scudo della follia, vera o simulata che fosse. Che poi questo scudo fosse sempre efficace è messo fortemente in dubbio dalla lunga sequenza di testimonianze che riferiscono di punizioni che potevano essere anche molto feroci: bastonature, taglio della lingua, tortura e perfino la pena capitale.

Dunque i giullari erano anime definitivamente perdute perché dediti esclusivamente al vizio e alla depravazione? Parrebbe di no, in alcuni casi potevano essere loro attribuiti comportamenti degni di ammirazione. È il caso del cosiddetto Jongleur de Nôtre Dame, la cui graziosa leggenda è stata ripresa in numerose opere letterarie e musicali e merita di essere narrata: ne è protagonista di un povero giullare che, disgustato dal mondo, si era ritirato nel convento di Chiaravalle. Egli inizia la nuova vita con entusiasmo e semplicità di spirito, ma non può fare a meno di notare che i suoi confratelli sono in grado di rendere lode a Dio con le loro opere: chi ricopia sacri testi, chi dipinge bellissime miniature e così via, mentre egli non sa neanche recitare il Pater noster senza inciampare nelle parole. Decide pertanto, all’insaputa degli altri monaci, di ringraziare a suo modo la Vergine con la sola arte che conosce.

Eccolo allora eseguire i suoi giochi di destrezza davanti all’altare della Madonna. Ma un giorno i monaci lo sorprendono mentre, con la testa in giù e i piedi in alto, lancia abilmente in aria le sue palle di cuoio e i suoi coltelli. Il priore, che lo crede uscito di senno, si appresta insieme con altri monaci a trascinarlo via, quand’ecco che improvvisamente vedono la Madonna discendere i gradini dell’altare, avvicinarsi al giullare e fargli dolcemente vento con una tovaglietta per detergergli il sudore. Poco tempo dopo il poveretto chiuse i suoi giorni terreni e gli angeli portarono la sua anima in cielo.

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Quei deformi ministri di Satana

Secondo il monaco Onorio di Autun [XII secolo] i giullari non hanno nessuna speranza di salvare la propria anima, perché “in tutto sono ministri di Satana” .

Rincara la dose il vescovo Guglielmo Peraldo [XIV secolo]: "Il buffone è come la capra e la scimmia, con le quali si diverte il diavolo, spingendo gli uomini al riso. La capra è un animale disgustoso, la scimmia un animale deforme; e i buffoni sono sia disgustosi, sia deformi. Essi sono anche ladri pericolosissimi. Infatti rubano agli uomini il tempo, di cui nulla è più prezioso fra le cose di questa vita. Sono i consolatori di quegli uomini che lavorano al servizio del diavolo. Alleviano con false ricreazioni le fatiche di coloro che si avviano alla dannazione eterna, affinché non vengano meno durante il cammino. Ancora, fanno addormentare gli uomini nel peccato, in modo che il diavolo possa trascinarli nell’inferno, da dove nessuno li tirerà mai fuori [...] Il riso, in questa vita, è un peccato; è una specie di ebollizione della stoltezza. La stoltezza giunge al bollore sul fuoco della concupiscenza, mentre il buffone soffia su quel fuoco il vento della vanità."

Lo Statuto di Chivasso del 1306 stabiliva che, qualora un cittadino “per bene” si fosse ritenuto offeso da un giullare, gli era lecito picchiarlo “sino all’emissione di sangue” senza incorrere in alcuna pena, a meno che per tali percosse il poveretto finisse in pericolo di morte.

La vendetta dell'imperatrice

Nel palazzo dell’imperatore bizantino Teofilo, che regnò dall’829 all’842, faremo la conoscenza di un nano buffone la cui lingua indiscreta ha rischiato di perdere l’imperatrice Teodora (da non confondere con la più famosa compagna di Giustiniano). Teofilo era un fautore degli iconoclasti, che consideravano imperdonabile idolatria l’adorazione delle immagini sacre.

Un giorno Danderi (questo era il suo nome) sorprese Teodora inginocchiata nelle sue stanze davanti a una raffigurazione della Vergine tenuta accuratamente segreta a tutti. Invece di eclissarsi discretamente, il buffone si accostò all’imperatrice e le chiese che cosa stesse facendo. “È una bambola”, rispose lei, senza tuttavia riuscire a nascondere il suo turbamento.

Da quel momento il buffone si prese la briga di raccontare a tutti che la basilissa si dilettava di conversare con le bambole ed occorse tutta l’astuzia femminile di Teodora per stornare da sé ogni sospetto del marito. Si dice poi che Teodora, qualche tempo dopo, abbia trovato un futile pretesto per vendicarsi facendo frustare il ficcanaso, al quale non bastò la scusa di essere stolto per pretendere di tradire impunemente i segreti di una donna, sia pure una futura santa.

L'ultimo scherzo di Pietro Gonnella

Il fiorentino Pietro Gonnella è probabilmente il più famoso buffone italiano, anche se di lui non è rimasta nessuna testimonianza d’archivio e non sappiamo con certezza il periodo in cui è vissuto. Operò alla corte di Ferrara e questo è il racconto della sua tragicomica fine.

Narra Matteo Bandello [p. IV, nov. XVII] che il suo signore fosse afflitto da febbre quartana, forma malarica per combattere la quale si credeva fosse utile far prendere al paziente un bello spavento. Gonnella prese l’iniziativa e, mentre erano a passeggio sugli argini del Po, all’improvviso con una grande spinta lo fece precipitare in acqua.

Seppure guarito da questo improbabile farmaco, il marchese fu sollecitato dai suoi consiglieri a punire il buffone per delitto di lesa maestà. Tuttavia, tenuto conto della retta intenzione e dell’esito felice, emise una sentenza di condanna a morte, ma si accordò col boia per inscenare un’esecuzione simulata.

Un prete fu mandato a raccogliere la confessione del morituro e per confortarlo nell’ultimo passo. Salito sul patibolo, il povero Gonnella chiese perdono a Dio per i suoi peccati, poi fu bendato e pose stoicamente il capo sul ceppo per attendere il colpo fatale, che però fu sostituito da una secchiata d’acqua fredda. Ma lo spavento provato arresta il cuore del Gonnella, che rende così l’anima a Dio, mentre gli astanti ridono sgangheratamente per quello che credono uno scherzo ben riuscito.