MOSTRA DEL PITTORE MAURIZIO CARNEVALI
Introduzione di Tito Saffioti al catalogo della mostra:

Frate Francesco da Paola, dipinti di Maurizio Carnevali. Castello dei principi Ruffo, dal 2 al 16 agosto 2002, Lamezia Terme, Laboratorio del Sileno, 2002.

san francesco

La storia della santità potrebbe costituire un corposo capitolo di una storia della follia universale.

Anche se poi le chiose dei bollandisti e - a monte - le scelte dei canonizzatori tendono a ricondurre tutto ad una sorta di “normalità” ortodossa, non vi è dubbio che l’erta via che porta una persona in carne ed ossa a divenire un’immagine d’altare sia stata quasi sempre una scelta estrema, controcorrente, spesso contestatrice e perfino destabilizzante nei confronti del potere temporale della Chiesa.

Fra tanti prodigi, guarigioni, attraversamenti di mari, levitazioni, bilocazioni, resurrezioni, spesso il vero miracolo (dialettico) lo compiono le istituzioni ecclesiastiche, come sempre abilissime a nascondere sotto il tappeto la polvere della contestazione e a chiudere fuori dalla finestra ogni vento rinnovatore.

Smussando le asperità, sciogliendo le contraddizioni, conciliando l’inconciliabile, tutto viene ricondotto sotto la tonaca rassicurante dell’ortodossia.

Ciononostante - e basta leggere i vangeli apocrifi e molte leggende agiografiche popolari per sincerarsene - il popolo ama intrattenere con le figure divine rapporti di estrema familiarità, egli sceglie ciò che gli è più vicino e interpreta a suo modo i fatti.

I miracoli possono essere di vari tipi, ma siamo inclini a credere che i più amati dalla gente semplice siano le moltiplicazioni dei pani e dei pesci o le conversioni dell’acqua in vino. È pur vero che anche altri tipi di prodigi possono avere il loro fascino, le resurrezioni, per esempio.

A chi non piacerebbe poter risvegliare dal sonno eterno l’amato bene rapitoci da una sorte crudele, oppure coltivare la segreta speranza di tornare a far danni in questo mondo dopo aver gettato uno sguardo oltre le tenebre della morte? Ma anche qui vi sono controindicazioni: quanti gradirebbero veder tornare in circolazione tipetti come Attila, Hitler, o Stalin?

Altrettante perplessità possono suscitare certe guarigioni miracolose. Sospettiamo infatti che in taluni casi la gente non voglia affatto staccarsi dalle proprie malattie. C’è chi si affeziona alle proprie infermità e quando si vede caricare sul treno diretto a Lourdes sente il cuore battere all’impazzata.

Certo, da una parte vorrebbe anche guarire, ma poi, se succede veramente che ti alzi dalla sedia a rotelle e ti metti di botto a camminare, che fai?

Ti trovi sbattuto sulle pagine dei rotocalchi, le coordinate della vita sconvolte, da un giorno all’altro sei privato dei tuoi piccoli privilegi e devi correre alla pari con gli altri nella dura corsa della vita.

maurizio carnevali

O addirittura, horribile dictu, ti tolgono la pensione di invalidità prima ancora che tu ti possa guardare attorno.

Qualche miscredente potrebbe perfino pensare che fino ad allora avevi finto la tua malattia.

Una vera iattura.

Molti, al ritorno, si stringono ai braccioli della propria carrozzella traggono un sospiro di sollievo per averla scampata bella.

Ma un santo degno di questo nome dovrebbe sapere quando il suo intervento è veramente gradito e regolarsi di conseguenza.

Francesco di Paola, a giudicare dalla devozione di cui tuttora è fatto oggetto, sapeva quasi sempre scegliere nella maniera migliore i miracoli da operare.

È probabile che ad aiutarlo in queste scelte contribuisse il suo essere di origine contadina, il che lo rendeva particolarmente vicino alla “sua” gente.

Un’origine cui volle sempre restare saldamente abbarbicato, riconoscendo tranquillamente di essere egli stesso “villano e rustico”.

Infatti, come ogni buon contadino, egli si ammazzava di lavoro.

Secondo testimonianze dei contemporanei (e in quanto tali degne di fede, seppure bisognose di una certa qual scrematura da un eccessivo entusiasmo consacratorio) chiamati a deporre nel corso dei processi di canonizzazione, egli lavorava “più di sei uomini”, secondo altri “de continuo fatigava”, coloro che lo cercavano lo trovavano spesso nei luoghi di lavoro:

“in mezzo de uno fiume che rumpia pietre”, “in un bosco [...] che facia condurere la ligname de la calcara”, “all’orto sutta una cerqua grande”, oppure mentre “zappava una via, che si potisse passar per andar allo monasterio”.

san francesco

Tutto questo senza toccare cibo durante il giorno, infatti soltanto alla sera era uso ingoiare qualche cucchiaiata di una minestra di legumi (altra cosa sono i digiuni cui si sottoponeva, e che potevano durare una, due, perfino tre settimane).

Francesco non era uomo di lettere e si esprimeva con parole semplici, i suoi interlocutori privilegiati erano i poveri, i lavoratori più umili, i malati, gli sciancati.

Si vestiva con abiti lisi e rattoppati, abitava in una cella il cui arredamento era costituito soltanto da una ruvida tavola di legno inclinato per letto e da un mattone per cuscino.

Una vita la cui durezza non era affatto dissimile da quella cui erano costretti i diseredati cui si sentiva vicino.

Ma a lui tutto questo non bastava e si sottoponeva ad altre dure prove.

Un’altra testimonianza del processo è così riassunta dal cancelliere:

“Una volta essendolo andato a visitarlo che era lo mise di dicembro et fioccava et faceva freddo grandissimo per essere lochi de montagna che erano fra dui palmi de neve, trovao lo ditto frate Francesco dentro la ecclesia, scalso et malissimo vestito solum cum uno habito sopra le carni, lacerato tutto”.

Egli inoltre si applicava sulla carne nuda il tormento del cilicio, camminava sempre scalzo “per boschi, spine, petrate et altri lochi aspri” “senza farese cosa alcuna alli pedi”, i quali infatti restavano “bianchi e netti como ince havisse portato li pianelli”.

Anche le mani, con le quali “minava la mazza, zappava, cavava petre” “parevano più gentili de uno segnore”.

Eppure con quelle stesse mani egli usava maneggiare tizzoni ardenti perché, affermava, “questo foco è creato sino per donare l’hobediencia allo homo”.

Che con tutte queste privazioni e fatiche egli abbia potuto felicemente campare fino all’età di 91 anni è già di per sé un miracolo...

Tuttavia non bisogna credere che egli cercasse di imporre queste crudeli privazioni anche agli altri, infatti, ad uno che si lamentava per i morsi della fame, Francesco ebbe a dire: “frate corpo ha bisogno de mangiare”.

In più occasioni, soprattutto durante le frequenti carestie, provvide a procurare il cibo con la sola forza della sua fede.

san francesco

Una volta fece arrivare “una bestia cum dui sacchi ripieni di pane et dicto frate Francisco le chiamao e le portao [le persone presenti] ad far collatione et la sira loro nde donao che hebero di che magnare et dicto pane era como havisse essuto ora de lo forno”.

Più volte, ad imitazione dello stesso Cristo, moltiplicò il vino e l’acqua e in un’altra occasione riuscì a sfamare una folla di oltre tremila persone con “un’unghia di formaggio e con un solo pane”. .

Ben altro comportamento teneva Francesco nei confronti dei potenti. Già nel corso del suo primo viaggio a Roma del 1429, quando incontrò un lussuoso corteo cardinalizio con carrozze foderate di velluto e seguite da numerosi servi in livrea, ebbe l’audacia di accostarsi ad una di quelle berline e far notare al porporato quanto quell’ostentazione di ricchezza fosse contraria allo spirito del Vangelo.

Quando poi la fama delle sue capacità taumaturgiche varcò la frontiera e raggiunse le orecchie del re di Francia Luigi XI, questi inviò in Calabria il suo maggiordomo Guynot de Bussières con ricchi doni per convincerlo a recarsi in Francia per guarire il suo corpo debilitato dai troppi stravizi.

Ma Francesco non mostrò nessun entusiasmo all’idea di dover lasciare la sua umile dimora per recarsi in una delle corti più sfarzose e corrotte d’Europa.

Occorse dunque l’intervento di papa Sisto IV a spingere il santo ad affrontare la dura esperienza dell’emigrazione in terra straniera.

Una volta giunto a corte Francesco fu accolto con tutti gli onori ed ammesso alla presenza del sovrano, tuttavia le regale guarigione tardava ad attuarsi e Luigi si rivolse nuovamente al papa affinché obbligasse (!) il frate a compiere il miracolo.

Sisto rispose con tre brevi, uno indirizzato al re e gli altri due a Francesco con i quali gli ingiunse, per santa obbedienza e sotto pena di scomunica, “ut omni cura, studio et diligentia intendas ad recuperationem incolumitatis Maiestatis suae”.

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L’effetto fu nullo, non sappiamo se per scarsa volontà del frate o per reticenza divina, pare tuttavia che il sovrano abbia ottenuto la grazia di una buona morte...

Un atteggiamento ancora più duro tenne Francesco nei confronti del re iniquo Ferrante d’Aragona di Napoli per indurlo a mitigare il comportamento verso il suo derelitto popolo.

Quando infatti Ferrante lo ebbe davanti al trono nella reggia di Castel Nuovo, cercò di ingraziarselo facendo portare un vassoio ricolmo di monete d’oro.

Il santo le rifiutò con sdegno e, in seguito alle insistenze del sovrano, allungò la mano, prese una di quelle monete e la spezzò con una semplice pressione delle dita.

Fra la sorpresa e l’orrore di tutti dall’oro sprizzò rosso sangue che si sparse sul pavimento e sulle vesti dei dignitari più vicini:

“Sire, questo è il sangue dei tuoi sudditi che tu opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio!” Gridò Francesco agitando minaccioso il dito indice verso lo sbigottito Ferrante.

La fiducia dei paolitani nelle capacità prodigiose di Francesco è sempre stata grande e a lui si sono rivolti per secoli al fine di ottenere grazie di ogni genere sicuri che il santo, se solo avesse voluto, non avrebbe avuto difficoltà a soddisfarli.

Già, se solo avesse voluto... ma come fare, diciamo così, a stimolare la sua volontà?

Ecco come:

quando hanno qualche grazia da chiedere “si avvicinano alla statua del santo con timore reverenziale, tenendo nelle mani una cavezza d’asino, che ad un tratto gli lanciano sulla testa e, dopo aver fissato il nodo scorsoio, con un brutto strappo ripetono la supplica e lasciano la corda”.

Il viaggiatore inglese Henry Swinburne, che visitò Paola nella seconda metà del Settecento, annotò nei suoi diari che “il giorno che vidi io la statua credo che avesse sulle spalle duecento cavezze”.

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