Matteo Salvatore: la voce dei vinti
Testo di una conferenza letta in varie occasioni e poi pubblicata ne Il Calendario del Popolo, novembre 2005, pp. 55-58.

matteo salvatore

Matteo Salvatore è nato ad Apricena (Foggia) nel 1925. Il padre Lazzaro, manovale e militante comunista, fu più volte arrestato durante il fascismo.

La madre si dava da fare come poteva per tirare avanti la famiglia e giungeva fino a chiedere l’elemosina per sfamare i suoi sette figlioli.

Lo narra con parole accorate lo stesso Matteo nella sua autobiografia intitolata La luna aggira il mondo e voi dormite edita nel 2003 da Stampa Alternativa:

Mia madre, camuffata da mutilata e con una sacchetta a tracolla, andava a piedi a Poggio Imperiale, dove nessuno la conosceva. Si metteva un fazzoletto grande in testa, con il braccio sinistro nascosto sotto lo scialle. Andava chiedendo tozzi di pane, porta a porta.

Quando la sacchettola era quasi piena, tornava ad Apricena. Però, per non farsi riconoscere dai paesani, faceva il giro della periferia, muro muro. Arrivata a casa, metteva i tozzi di pane sul tavolo e diceva: “Mangiate figli miei, mangiate a sazietà”.

Nonostante tanti sforzi e tanta umiliazione, la sorella a soli quattro anni morì per i patimenti della fame e fu seppellita in una bara bianca a spese del Comune. Ecco come lui stesso racconta il triste episodio:

Abitavamo in un posto soprannominato ‘la piazzetta della banda’. Proprio lì morì mia sorella di quattro anni, per denutrizione. Di fronte alla casarella dove abitavamo, c’era una donna, non benestante, ma larga di maniche e di cuore. Scucì il vestito della figlia che si era sposata per fare il vestito a mia sorella moribonda. Glielo infilarono e andava bene. Era ancora viva. Sapevamo che di lì a cinque o sei ore sarebbe morta.

Mia sorella stava già nella bara. Un’altra comare che abitava di fronte mise dodici confetti celesti uno distante dall’altro sul vestito bianco dentro la cassa.

Piangevamo tutti. Io presi un confetto dal vestito di mia sorella e me lo misi in bocca. Mio padre mi guardò, facendomi capire con gli occhi che non si toccano i confetti del morto.

La sua fu dunque un’infanzia duramente provata dalla miseria, dalla fame e dalla necessità di darsi da fare già da giovanissimo per procurarsi un po’ di cibo.

A tal fine accetta qualsiasi lavoro: facchino, banditore del Comune, scaricatore al mercato del pesce.

Questa pagina descrive con molta efficacia la situazione:

matteo salvatore

In quegli anni c’era una miseria nera. La fame si poteva tagliare col coltello. C’erano tre qualità di pasta e di carne.

La prima qualità di pasta bianca la compravano i ricchi. La seconda qualità, mezza bianca e mezza nera, era per gli impiegati e impiegatucci del Comune. La terza qualità, pasta nera, era amara e schifosa. La povera gente non poteva comprare neanche quella.

Alle prime luci dell’alba, mio padre uscì, e noi figli, appresso a lui come cagnolini, sentivamo che diceva: “Alba triste d’inverno, tu che sorgi con la mano bianca, Signore, Dio, noi non vogliamo la ricchezza di nessuno, chiediamo lavoro, facci travagliare oggi, almeno per poter comprare un paio di chili di pasta nera per sfamare la famiglia, ma mi sembra che nemmeno quella ci sarà. Fatje, fatje e nun magno maie”. [Fatico, fatico e non mangio mai]

Lu soprastante

Una sua famosa canzone, “Lu soprastante”, è nata prendendo spunto da questi eventi che hanno profondamente segnato la sua giovinezza:

Gli uomini e i bambini dai sette ai nove anni, stavano nella piazza del paese per essere venduti. Li compravano i guardiani dei latifondisti, i soprastanti. Sceglievano quelli più aitanti, per andare a mietere il grano.

La paga per gli uomini era di venti lire e per i bambini cinque. Non c’era orario. Si doveva lavorare dall’alba al tramonto. E alla sera, sfiniti, facevano un po’ di pancotto, buttando nella pentola grande verdura e pane. Subito dopo finito, non ci reggevamo in piedi dalla stanchezza.

Lì, nelle grandi masserie, c’erano dei tavolacci sui quali ci buttavamo per dormire, uomini e bambini e, alle prime luci dell’alba, venivano i guardiani con la frusta a svegliarci: “Avanti, è tempo di lavorare”.

Il lavoro durava dai dieci ai quindici giorni, era come una catena di montaggio:

il bracciante tagliava il grano, passandolo al ragazzino, mentre altri ragazzini facevano i fasci, per fare i covoni.

Finito il lavoro, ci sentivamo tristi. Dovevamo aspettare un anno per lavorare di nuovo dieci o quindici giorni.

matteo salvatore

Durava così poco perché arrivavano dei forestieri a farci la concorrenza. Loro si accontentavano di quindici lire, cinque in meno. Noi tolleravamo perché erano padri di famiglia anche loro. I forestieri venivano dal Gargano, con la falce nell’occhiello dei pantaloni, le scarpe erano zampitte. [sandali fatti con la gomma dei copertoni delle auto] Finito il lavoro, c’era ben poco guadagno.

Arrivava l’autunno, cominciava a far freddo, e noi andavamo tutti malvestiti. Tra l’autunno e l’inverno il cinque per cento della popolazione, tra adulti e bambini, moriva di polmonite.

Chi se ne andava per legna sulle montagne, altri a fare i funghi. Non c’era riscaldamento. C’era il braciere con la carbonella, per chi aveva i soldi e poteva comprarne un tomolo. Quante volte, noi ragazzi, a piedi nudi nella neve, tornavamo a casa piangendo per il freddo. Diverse volte mia madre prendeva i piedi miei e se li metteva sotto le ascelle.

Gente, io ci sono stato nei campi a mietere. Sotto il sole cocente, curvo dall’alba al tramonto. E lì la fiasca dell’acqua fresca stava sotto i covoni, ma noi non potevamo dissetarci. No, qui non si può bere, non si può parlare, si deve solo lavorare, lavorare. Chi non lo fa verrà licenziato.

Ecco il testo della canzone che ricorda quegli anni:

Quann’ metemm’ lu grene alla campagna
tenemme ‘na sete ca nu ci muremme,
diceva lu soprastante: “N’avita veve”
e nuie dicemme: “Manna a piglia’ lu cucomo sotto li manocchie”.

Qua nun ci po’ veve,
nun ci pò parla’,
c’adda solo fatija’.

Uno de li fatiatori c’alluntaneve,
a i’ a piglia’ lu cucomo ce ne jeve,
l’alluccheve lu soprastante:
“Turnete addrete,
se nun te turne addrete si licinziete”.

Qua nun ci po’ veve,
nun ci pò parla’,
c’adda solo fatija’.
Oh, qua nun ci po’ veve
nun ci pò parla’,
c’adda solo fatija’.
Oh, qua nun ci po’ veve
nun ci pò parla’,
c’adda solo fatija’.

Nu jorne adda arriva’,
lu porce accise
ce l’amma magna’,
nu jorne adda arriva’,
accise e arrustute
l’avimme fa’.

(Quando mietiamo il grano alla campagna / abbiamo una sete da morire, / diceva il soprastante: “Non dovete bere” / e noi diciamo: “Manda a prendere l’anfora sotto i covoni”. // Qua non si può bere, / non si può parlare, / si deve solo lavorare. // Uno dei lavoratori si allontanò, / andò a prendere l’anfora, / lo vide il soprastante: / “Torna indietro, / se non torni indietro sei licenziato”. // [...] // Un giorno deve venire, / il maiale ucciso / ce lo dobbiamo mangiare, / un giorno deve venire, / ucciso e arrostito / lo dobbiamo fare.)

L'aquilone

matteo salvatore

Nel suo libro autobiografico vi sono anche episodi di vita quotidiana descritti con la stessa ironica vena poetica che egli userà per scrivere le sue canzoni:

I primi giocattoli che venivano dal nord non li trovavi nelle mani dei figli dei poveri. Noi poveri guardavamo i giocattoli nelle mani dei figli dei ricchi a occhi sgranati.

Un anno decidemmo finalmente di farlo noi il giocattolo. Uno andava a chiedere la colla dai falegnami, un altro a fare le canne, un altro per gli spacci a pigliare la carta dei maccheroni blu e la carta paglierina del pesce. Avevamo rimediato il filo dai calzolai. Poi rimediammo altra carta colorata e riuscimmo a fare, dopo un giorno intero, la cometa, l’aquilone.

“Domani la facciamo volare”. Il giorno dopo, salii sull’albero dell’ulivo e dissi: “Uagliuli, compagnucci, siamo pronti?” Lasciai la cometa e la cometa volava nel cielo. Nonostante il vuoto dello stomaco che avevamo, ci sembrava che nel cielo ci fosse tutto l’oro di questo mondo. Tiravamo un po’ ciascuno. All’improvviso, il vento forte spezzò il filo della cometa. Il nostro aquilone si stava perdendo nel cielo. Noi a piangere, rotolarci per terra, a strapparci i capelli. Tutti tristi ci avviavamo verso le mura del paese. All’improvviso, si fermò il vento. Quando il vento si ferma la carta scende.

Ci sembrava una nuvola che si vedeva sempre di più, sempre più grande: era la nostra cometa che stava scendendo. Noi tutti con le mani alzate: “La cometa, questa è la cometa nostra!” Scendeva piano piano come se scendesse tutto l’oro di questo mondo. Si posò per terra. Io me la misi tra capo e collo, la posai davanti alla porta di casa e dissi ai ragazzi: “Uagliuli, domani mattina la facciamo rivolare!”

Qualche volta, anche la domenica, più della metà della popolazione non riusciva a mangiare i maccheroni con la carne, e aveva per sfamarsi solo un pezzo di pane. Le nostre mamme, per non farci sfigurare, ricorrevano ad uno stratagemma. Andavano dalle vicine che avevano fatto il sugo e inzuppavano un po’ di pane con il quale ci sporcavano e ci tingevano mento, labbra e bocca. Poi ci mandavano a giocare in piazza.

E tutti i coetanei, chi aveva mangiato e chi non aveva mangiato, avevamo la bocca sporca di sugo. Se qualcuno si mostrava con la bocca pulita, eravamo noi stessi a umiliarlo: “Nemmeno oggi che è domenica hai mangiato maccheroni con la carne?”

Don Saverio e il bracciante Pasquale

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Il prete, don Saverio, era un altro super furbacchione. Voleva che tutta la popolazione dovesse essere cattolica. C’era un bracciante, Pasquale, che alle prime luci dell’alba parlava male della Chiesa ai suoi compagni di lavoro, e tutti gli credevano.

Don Saverio disse al sacrestano: “Vai a casa di questo Pasquale a dirgli che io gli debbo parlare”. Ma Pasquale si rifiutava di andare. Però, la moglie di Pasquale continuava a dire: “Vai, ti vuole don Saverio”. Pasquale, per far contenta la moglie, andò in chiesa e disse al prete: “Io sono credente, però ho otto figli scalzi e affamati, una croce che non finisce mai”. “Figliolo”, disse il prete, “dove c’è la croce, c’è Dio”.
“C’è la croce con voi”.
“C’è la croce con voi”.
“C’è la croce con voi”.
“C’è la croce con voi”.
Nel frattempo che il prete diceva l’ultima “croce con voi”, Pasquale guardò il prete e gesticolando gli disse: “Sta cazze de croce sempre appresso a me adda venì, nun te la può purtà nu poco appresso tu?” Il prete disse: “Figliolo, non ti arrabbiare, qui c’è la Madonna, puoi chiedere un leggero miracolo di poca importanza, la Madonna ha fatto molte grazie”. Pasquale se ne andò. Il giorno dopo, nel pomeriggio, quando non c’era nessun fedele, si mise a pregare di fronte alla Madonna, con queste parole:

“Madonna mia, famme trovà novantanove lire, se sono cento non me le piglio”, e ancora: “Madonna mia, famme trovà novantanove lire, se sono cento non me le piglio. Verrò per tre pomeriggi, dopodiché non ci crederò più”. Dalla sacrestia, il sacrestano sentì quello che disse Pasquale, riferendolo subito al prete. Il prete fece una riunione al circolo dei ricchi, dove il sangue della povera gente veniva analizzato con disinvolta crudeltà. I latifondisti del paese, per fare uno scherzo a Pasquale, misero qualcosa ciascuno e dissero: “Raccogliamo cento lire, e non novantanove”. Era una somma enorme.

Il prete, sapendo che Pasqualino arrivava in chiesa di pomeriggio, quando non c’era nessuno, mise le cento lire sopra l’altare. Una lira in fila all’altra. Era il terzo e ultimo giorno che Pasqualino andava a pregare. Il prete tolse una Madonna dalla nicchia per spiare il poveretto da un occhio dietro la tendina.

Pasqualino entrò in chiesa e cominciò a dire: “Non credo più a niente e non ci vengo più”, quando, avvicinandosi sempre più all’altare, vide i soldi. Con due mani cominciò a contare: novantasette, novantotto, novantanove e cento! “Non me li posso prendere” disse, con le mani piene di soldi che però non lasciava.

“Madonna mia, non mi dire niente, lo so che faccio peccato, ma io ho otto figli scalzi e affamati”, finì col dire, mettendosi i soldi in tasca. Il prete stava sudando e disse: “Che cosa fai, ti prendi le cento lire? Se erano novantanove sì, ma cento lasciale sull’altare”. “Voce santa di Dio” disse ancora Pasquale. E la voce rispose: “Sono il figliolo di Dio”. “Dicciancille a patete che avanza isse una lira da me” [digli a tuo padre che gli devo una lira].

Matteo apprese i segreti della sua arte di musicista da un vecchio suonatore di violino, Vincenzo Pizzicoli, che egli cominciò a frequentare dall’età di sette anni e dal quale apprese circa centocinquanta canzoni:

Era cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra. Un giorno andai da lui, dato che avevo tempo da vendere e nessuno me lo comprava. Chiesi al maestro se volesse insegnarmi a suonare la chitarra. Vincenzo era un portatore di serenate sotto le finestre degli innamorati. Il maestro mi disse: “Va bene, Matteo, ti insegnerò”. Perché a lui ci voleva proprio uno che l’accompagnasse con la chitarra. Io andavo quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio. Lui prendeva la mia mano e mi faceva mettere le dita sulla tastiera. Dopo alcuni giorni, imparai una nota.

E così passarono i mesi. Io ero appassionatissimo, nonostante la miseria. Portavamo di notte le serenate, cantando, lui, canzoni napoletane. Poi insegnò anche a me canzoni napoletane antiche, “Ohi Mari’”, “Torna a Surriento” etc. Passarono tre anni, io suonavo alla perfezione. Il maestro Pizzicoli piangeva dalla commozione che io fossi arrivato a quel punto. Passarono un bel po’ di anni, il maestro era malato e mi disse: “Matteo, io sono arrivato a un’età che pochi hanno visto. Quando io morirò, mi devi mettere il violino nella bara”.

Morì il cieco. Dissi alle sorelle che non abitavano con lui: “Il maestro mi ha detto di mettere il violino nella bara”. Così io feci. La morte del maestro mi addolorò tantissimo. Fra tristezza e miseria, non capivo più niente, ero imbambolato. Aveva 102 anni. Per un anno di seguito portai fiori di campagna sulla sua tomba.

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Matteo va a Roma

All’età di venti anni Matteo decide di dare una svolta alla sua vita e si trasferisce a Roma:

Il paese si era quasi spopolato per la forte emigrazione verso il Nord Italia e all’estero. Io, non avendo più dove attaccarmi, mi misi il tascapane a tracolla, con un chilo di pane dentro, e cominciai a fermare i carretti che andavano a Foggia. Alla sera, si dormiva nelle stelle e al mattino cominciavo a domandare: “C’è qualcuno che va ad Ariano?” Aspettai tutta la giornata, fino alla sera. Ad Ariano riuscii ad arrivare dopo due giorni e due notti. Lì aspettai un altro carretto che andasse verso Avellino.

A farla breve, per arrivare a Roma impiegai oltre un mese. Arrivato, mi misi paura per i palazzi e la gente che c’erano. Avevo un indirizzo su un pezzo di carta. Dovevo trovare una signora di Benevento. Io non aprivo bocca perché non mi capivano. Prima che finisse la giornata, a piedi, riuscii finalmente a trovare la casa. La signora mi disse: “Matteo, ti devi arrangiare a fare il manovale muratore”. Io rimasi stupefatto, perché il lavoro per me era straordinario, ero euforico. Parlai col capo cantiere che mi disse:

“Di lavoro ce n’è solo per una decina di giorni”. Io dissi: “Va bene”. Caricavo i camion di terra con la pala.

Abitavo nelle cave di Valle Aurelia, in una baracca. Il lavoro finì.
Rimasi senza un soldo, ero avvilito. Incontrai la donna di Benevento che mi disse: “Vai a suonare come ambulante nelle trattorie, ti voglio dare un aiuto”. Mi portò a Campo dei Fiori e mi comprò un paio di pantaloni, una maglia e un paio di scarpe. Era primavera. Però la chitarra che avevo non era buona, e lei me ne comprò una nuova. Mi baciò e mi disse buona fortuna. Nelle osterie, cantavo le canzoni napoletane, in sordina, alle coppiette.
Un giorno mi è capitata una trattoria di campagna, “Al Pescatore”, alle fonti dell’Acqua Acetosa, e lì c’erano un sacco di gente, c’era Giuseppe De Santis, Eleonora Rossi Drago, Andrea Checchi, la Pampanini, ma io non le conoscevo, non sapevo niente, e allora loro dicono:

“Senti un po’, ma al posto di canzoni napoletane, non puoi cantare canzoni... ma lei non è di Napoli?” Io ho detto: “No, son pugliese, ma quelle mi vergogno a cantarle perché nessuno le capisce”. Dice: “Ma no, a noi ci piacciono!” E ho cominciato a cantare delle nenie e cantilene del mio paese. Allora dice: “Queste sono canzoni belle, queste devi fare, queste!”

matteo salvatore

In quel periodo conosce Maurizio Corgnati, ex marito della nota cantante Milva, che lo introduce nel giro della buona borghesia torinese, di cui egli rallegrava le feste. Matteo racconta quelle serate con molta ironia verso gli intellettuali che lo idolatravano, ma di cui egli sembra diffidare:

Corgnati mi portò alla villa della contessa Camerana. Lì stavano il senatore Franco Antonicelli, lo scrittore Italo Calvino, molti specialisti della medicina, la Torino bene. E io venivo coccolato come un ragazzino. Cominciai a cantare, ma non dicevo che le ballate erano mie, dicevo che erano popolari, per far bella figura. Alla fine della ballata si interrogavano fra di loro:

“Ma questa ballata mi sembra del Quattrocento”. Rispose un altro: “No, a me pare che sia del Trecento”. Invece, le avevo fatte io.

Calvino, dopo cinque o sei ballate, disse: “Questa per me è l’unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere. Noi dobbiamo ancora inventare le parole che dice Matteo Salvatore”.

In seguito Matteo poté incidere alcuni dischi sia di canzoni popolari, sia di sue composizioni, queste ultime sparse in una miriade di 45 gg. (e, prima ancora, di 78 gg.) di livello assai ineguale. Dopodiché arriva il successo ed il benessere economico.

Fa alcune tournée in America in compagnia di Claudio Villa e Domenico Modugno, da cui torna carico di gloria e con le tasche piene di dollari. La sua vita cambia radicalmente, abbandona la baracca in cui era vissuto a lungo ed acquista alcuni appartamenti per sé e per la sua famiglia. Incide numerosi LP e poi CD, ma per chi è nato con la febbre di vivere, la vita non è mai facile.

Infatti nel 1973 un tragico evento si conclude con la morte della sua convivente, la ballerina di avanspettacolo Adriana Doriani, e a seguito di ciò egli ha dovuto scontare una pena detentiva a San Marino. Fu liberato nel 1978,

Dopo un lungo sonno di quattro anni mi svegliai

Ha poi ripreso la sua attività di musicista e di prolifico autore di ballate (ne ha composte circa un centinaio). La sua canzone più nota, divenuta quasi il suo cavallo di battaglia, ha il sapore agro di un’ironia dolente e consapevole:

Ascolto di “Padrone mio ti voglio arricchire” http://www.youtube.com/watch?v=Pc3FodeKyO0

La luna aggira lu mondo e voi dormite

Matteo Salvatore è scomparso il 27 agosto del 2005. Noi ora vorremmo ricordarlo citando le parole con cui si conclude il suo libro autobiografico e che danno il titolo allo stesso:

Era di sera. Mio padre e altri due facchini furono chiamati per andare a scaricare alla ferrovia un vagone di calce viva. Noi stavamo tutti a letto. Mia madre non dormiva per la preoccupazione del nostro stomaco vuoto. Stava affacciata alla finestrella. Verso l’una di notte, avevano finito il lavoro alla stazione e l’appaltatore pagò i facchini. Le mani di mio padre e quelle degli altri due amici sanguinavano. Nella stessa notte, mio padre bussò alla porta di una donna che vendeva del pane e ne comprò quattro chili.

Avevo quattro o cinque anni. Rientrò mio padre e io mi svegliai. Mio padre e mia madre tagliarono il pane, mentre Michele, Vincenzo, Maria, Matteo, Beatrice, Umberto dormivano ancora. Mia madre prese i pezzi di pane e li accostò alla bocca dei figli: “Svegliatevi, è arrivato tatà, ha portato il pane”. Ci menammo come lupi a strappare il pane con la bocca. Si era fatta quasi l’alba, raggiunsi mia madre vicino alla finestrella e c’era la luna. Mia madre sussurrò: “Figlio mio, la luna aggira lu mondo e voi dormite!” Io chiesi a mamma: “Che significa?” “Eh, figlio mio... vuol dire tante cose!”