UN PROCESSO NELLA MANTOVA DEL CINQUECENTO
in Il Calendario del Popolo, a. 59, n. 680, novembre 2003, pp. 4-8.

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Introduzione

Il processo di cui diamo notizia in queste pagine è contenuto in un manoscritto tuttora inedito del XVI secolo scritto in parte in latino e in parte in volgare intitolato “Copia processus criminalis contra nobilem domum Franciscum de Bononia aliter de Bonvicinis”.

Noi abbiamo potuto prenderne visione grazie alla cortesia dei proprietari, i signori Bassi, titolari della libreria antiquaria Scriptorium di Mantova.

L’argomento ci sembra interessante perché getta nuova luce su un personaggio assai noto e molto amato del nostro Rinascimento, la marchesa di Mantova Isabella d’Este, e ci consente anche di verificare come veniva amministrata la giustizia in un’epoca che pure è stata di straordinario rigoglio artistico e culturale, in un’Italia definita la patria del diritto.

Purtroppo la tentazione di piegare la magistratura al proprio volere è perniciosa perfino quando a farlo è una persona illuminata come certamente era Isabella, figuriamoci quando è operata da persone dalla spiccata vocazione autoritaria.

Isabella d'Este

Entra la Corte

L’otto novembre 1521 il nobiluomo Francesco Bonvicini da Bologna è condotto nella Rocchetta di Porto del Borgo a Mantova, dove si celebrano i processi importanti.

Qui l’imputato è immediatamente sottoposto a giuramento ut dicat veritatem.

Su di lui “non per illazioni rivolte contro di lui da gente in malafede, ma piuttosto da persone oneste, degne di fede e di cui è nota la propensione alla verità ” pesa un’accusa ritenuta grave.

Risulta infatti che l’imputato “perfettamente consapevole di commettere reato, ispirato da uno spirito diabolico, del tutto dimentico di Dio e della salvezza eterna, con l’aggravante che nei mesi di luglio e agosto di questo anno 1521 faceva parte della corte familiare della nostra illustrissima ed eccellentissima signora, la marchesa di Mantova, essendosi invaghito di Giovanna, nominata nei capi di imputazione come damigella della nostra amatissima signora, aggirandosi furtivamente e di nascosto per una grande sala che porta ad una certa stanza del Palazzo, sala nella quale l’imputato era riuscito ad entrare grazie ad una chiave insolita, cioè grazie alla complicità di Giovanna che gli aveva aperto la porta d’ingresso.

Nella sala l’imputato era entrato con tutto comodo e qui lo aspettava la già nominata Giovanna, con la quale l’imputato [...] si intrattenne parlando d’amore, toccandola in modo da offenderne l’onestà e baciandola, e tante altre strategie amorose mise in atto con Giovanna, che come si è detto era vergine e conduceva vita irreprensibile, finché riuscì a deflorarla e a conoscerla carnalmente più volte. E poi, non contento di ciò che aveva fatto, ma per aggiungere male al male, [...] cercò un complice accordo con Ippolito Andreasi, altresì conosciuto come Amorotti , come lui appartenente alla corte familiare dell’illustrissima ed amatissima signora nostra”.

Piena confessione del'imputato

In realtà l’imputato non si sottrae alle accuse e rende piena confessione, il suo racconto è ricco di particolari pruriginosi che il cancelliere ha fortunatamente trascritto in volgare, il che ce li rende con tutto il loro sapore dovuto anche ad un’accentuata patina dialettale.

Ne riportiamo un breve passo e riassumiamo il resto.

Francesco afferma dunque “essere la verità che lui constituto, separatamente da Hippolito et Hippolito da lui, andavano per la scala granda in la ditta sala et quando lui gera stato gli lo diceva a ditto Hippolito et ge andavano a hora di notte, et la ditta Giuana apriva l’uscio a lui constituto, et la Hippolita ad Hippolito, che lor haveano la chiave quale secondo che dicevano le havevano rubate a domina Ludovica, per che domina Helisabet in quel tempo era amalata. Et quando ge andavano entravano pian piano, poi che domina Helisabet preditta non sentisse, et entrato che era lui parlava cum ditta Giuana de Amor, la basava et tocava e la cognoscette da tre a quatro volte carnalmente”.

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La porta gli veniva aperta da una nana di corte che noi crediamo di poter identificare in Delia, una sorta di buffona molto cara ad Isabella. Insieme essi attraversavano di soppiatto una stanza in cui dormiva la stessa nana con la sua fantesca ed entravano in un camerino dove erano attesi da Giovanna e Ippolita che “erano a lecto dispogliate”.

Il curioso è che, in una brandina scorrevole che di giorno veniva nascosta sotto il letto, dormiva una “massara”.

Poi, prosegue Francesco “gionti che forno al lecto ambi due sterno a far lo amor cum ambedue et basiarle et tocharle, et poi lui contituto pigliò la detta Giuana et la condusse in sala et la cognoscette carnalmente et lassò ditto Hippolito in la camera qual feze il simile cun la ditta Hippolita”.

A questo punto il giudice, incuriosito per la presenza nella stanza di una persona estranea, deve probabilmente aver chiesto al giovane se la donna abbia assistito ai loro giochi d’amore, oppure abbia continuato a dormire ignara nel suo giaciglio. Ma questi si affretta a scagionarla, e altrettanto fa con le altre fantesche, mentre non ritiene opportuno discolpare la nana, dal momento che questa è presumibilmente al riparo da ogni punizione in quanto giudicata “matta”.

Ma un’altra sorpresa ci attende, infatti l’insaziabile giovane confessa, apparentemente senza sollecitazione, di aver avuto una relazione con un’altra damigella di corte, tale Caterina da Ferrara, che per giunta era maritata e che egli “cognosceva carnalmente molte et molte volte in diversi loci”.

Una condanna terribile

Alla ripresa del processo giunge una notizia certamente drammatica per l’imputato, infatti “il signor commissario, nell’esercizio delle proprie funzioni, dichiarò che la nostra illustrissima ed eccellentissima signora marchesa di Mantova, aveva formalmente richiesto che il sindaco condannasse, senza possibilità di appello, l’imputato alla pena della decapitazione, alla confisca di tutti i suoi beni, secondo la legge e secondo gli statuti di Mantova, nonché al bando perpetuo dalla città di Mantova e da tutto il dominio; tutto ciò per la gravità del fatto, per il luogo e la condizione delle persone. Per tale motivo in questo procedimento si doveva tener conto di tutto ciò”.

Isabella d'Este

A parte il fatto che non ci è chiaro come si possa condannare una persona alla decapitazione e contemporaneamente all’esilio, dobbiamo notare che la condanna a morte tramite il taglio della testa era un “privilegio” che spettava ai nobili, se infatti il nostro Francesco fosse stato un semplice servitore avrebbe avuto in sorte di restare appeso ad una forca con una robusta corda stretta intorno al collo.

A parte questo, dicevamo, ripugna alla nostra coscienza l’idea di poter infliggere una condanna capitale per una colpa che oggi riterremmo forse appena sufficiente per comminare un licenziamento, tenuto conto oltretutto che gli imputati non dovettero certamente forzare più di tanto la volontà delle ragazze per ottenere i loro scopi, dal momento che anche l’accusa dava per scontato che la porta era stata loro aperta (con una chiave rubata!) dalle compiacenti fanciulle.

Ma andiamo avanti per cercare di capire come la mentalità giuridica del tempo potesse prendere in considerazione una simile condanna, peraltro suggerita e quasi imposta da un’autorità esterna al processo.

Luce in proposito ci viene dalle arringhe dei difensori, fedelmente riportate nel manoscritto.

Nessuno di loro si sogna di negare ad Isabella il diritto di richiedere una pena, lo sforzo è invece tutto proteso a negare la possibilità di infliggere la pena di morte.

Le arringhe dei difensori

Il primo di loro argomenta così: “Il quesito è, infatti se, attenendosi alla confessione resa dall’imputato, il nobile signore Francesco Bonvicini, dello stupro commesso da lui ai danni di Francesca, Giovanna, già damigella della illustrissima signora marchesa e abitante durante il proprio servizio alle sue dipendenze nel palazzo di Mantova, e dell’adulterio commesso con la signora Caterina, ora moglie di Giovanni Malusi, nello stesso luogo dove risiedeva l’illustrissima signora marchesa , lo si possa condannare alla pena della confisca dei beni, oppure se debba essere condannato alla pena di morte, benché gli sia arrivata la grazia dall’illustrissimo signor duca Federico di felicissima memoria.

E come primo aspetto risulta fuori di dubbio che da un’ingiuria o da un qualche motivo di disonore recati ad uno della famiglia, ne risulti offeso il signore il duca [...]. Per tutti questi motivi si evince che l’offesa e il disonore recati a causa dello stupro ai danni di Giovanna, damigella, e dell’adulterio con la già nominata Caterina, si siano estesi anche alla illustrissima signora marchesa e che questa cosa sia arrivata a macchiare il suo onore. Da ciò consegue che ella abbia tutto il diritto di proteggersi [...].

E sembra che ciò possa essere confermato anche in ragione del luogo: l’offesa infatti si vede estesa a tutti quelli che lo abitano, secondo la legge [...].

Vediamo infatti come si consideri più grave l’offesa recata al padre quando la figlia commette adulterio nella sua casa di quando l’adulterio viene commesso al di fuori; in questo caso è permesso al padre uccidere la figlia, cosa che non è permessa nell’altro caso”.

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Il difensore, intercalando continuamente le sue affermazioni con citazioni di autori antichi e moderni, tenta di dimostrare che nemmeno la confisca dei beni è pena congrua ai fatti perché “essendo indubbio che non furono commessi per offendere la signora illustrissima, ma solo per leggerezza o pazzia d’amore e per libidine”.

Un secondo difensore aggiunge che per il caso di adulterio commesso da Francesco con Caterina “non si possa procedere a condanne in questa materia se non c’è un’accusa precisa fatta dal marito o da altri che sono nominati nello statuto, [...] in mancanza di accuse perciò non si può giungere ad una condanna”.

Quale mezzo abbia potuto usare Francesco per ottenere che il marito della donna non sporgesse denuncia, possiamo solo immaginarlo, il denaro o altri mezzi di pressione non dovevano mancargli. Piuttosto è interessante questo passo dello stesso difensore, in cui si afferma che “non si trova il motivo per cui il principe abbia un qualche privilegio che gli permetta di non sentirsi vincolato al rispetto del diritto comune, e se non lo osserva non è in virtù di un privilegio, ma per il fatto che egli non è costretto essendo egli stesso più grande della legge.

La moglie invece, non fruendo del medesimo privilegio, è tenuta ad osservarlo, come pure deve osservare lo statuto non essendo come il principe suo marito.

Questa opinione trova conferma: infatti l’illustrissimo marito trasmette all’illustrissima moglie tutto ciò che può, ma non le trasmette il diritto di fare le leggi [...], quindi, se non le trasmette il diritto di fare le leggi, non le trasmette neppure quello di disfarle”.

Da una terza arringa si evince che il sindaco Lionello Marchesi ha in realtà già condannato l’imputato alla pena sollecitata da Isabella: la decapitazione e la confisca dei beni.

Il difensore obietta però che il processo non possa essere ritenuto valido in quanto la confessione dell’imputato non può essere presa in considerazione perché “si deve capire in quale caso la confessione è attendibile: se la confessione è stata estorta con la paura della tortura, senza precedenti indizi, tale confessione è nulla e non nuoce a chi l’ha resa, anche se fosse già stata ratificata al banco del giudice.

[...] Si può considerare nulla la confessione in questione anche perché in quel periodo il signor Francesco era minorenne, né risulta sia stata resa alla presenza di un tutore”.

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Il leguleio esprime il parere che una equa punizione per i reati ascritti all’imputato possa essere il taglio della mano destra e la privazione dell’occhio destro. Egli giunge ad affermare di non credere che “una signora tanto eccelsa e dotata di un così gran numero di virtù abbia ordinato qualcosa che sia contrario alle disposizioni della legge. [...]

E se lo ha fatto è stato per falsa suggestione del giudice stesso che l’ha male informata”. Egli suggerisce che “i consiglieri devono stare attenti soprattutto al fatto che, se il principe in un moto d’ira ha emesso una condanna crudele contro i sudditi, non bisogna permetterne l’esecuzione per trenta giorni, affinché nel frattempo si spenga la collera del principe”.

La collera di Isabella si quietò con il trascorrere del tempo? Parrebbe di sì, almeno in parte. Infatti un altro intervento difensivo ci informa che “l’illustrissima ordinò al giudice che si emettesse una condanna a morte, al bando e alla confisca di tutti i beni, come in effetti fu fatto, e non pretese mai che si eseguisse la sentenza di morte, ma della sola confisca dei beni e addirittura sembrava anche che non pretendesse che ad uno bandito per legge fosse ordinato di andarsene”. Peraltro la stessa Isabella ebbe in regalo dal figlio Federico i beni confiscati, ma subito “li donò a Giovanni Bonvicini, fratello di Francesco ”.

Questo comportamento di Isabella si presta a molteplici interpretazioni. Da una parte può essere letto come una ripicca nei confronti del figlio Federico che aveva contrastato il suo desiderio di vendetta. Oppure potrebbe essere entrata nel suo animo la considerazione che in realtà la confisca dei beni ad un condannato a morte nuoce solamente agli eredi, oppure ancora, dal momento che la sentenza di morte non era stata eseguita, il suo era un modo indiretto di restituire i beni al condannato attraverso un suo stretto familiare.

Isabella e le sue damigelle

La domanda che ci poniamo a questo punto è: perché Isabella è rimasta così irritata dal comportamento di Francesco? In altre occasioni ella era stata assai meno accurata nel difendere la virtù delle sue damigelle. Inoltre è facile immaginare che in una corte rinascimentale si dovesse avere nei confronti della sessualità un atteggiamento assai disincantato, e l’Archivio Gonzaga, così ricco di testimonianze sugli aspetti privati della vita, ci ha dato ampie prove che anche a Mantova vigeva una grande libertà di costumi. Infine la confessione di Francesco, così spontanea e ricca di particolari, ha un tale tono di leggerezza e quasi di vanto da farci pensare che il giovane fosse ben lungi dall’immaginare che il suo comportamento avrebbe scatenato una simile tempesta.

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Isabella infatti ha una reazione che è al limite dell’isterico, essa non solo cerca di forzare la mano al giudice, ma si pone contro il suo stesso figliolo e tenta di piegare a suo favore la legge pur di ottenere la condanna di Francesco.

Abbiamo pensato che la causa più probabile di un simile comportamento potesse essere stato uno scatto di gelosia. Ma procediamo con cautela, perché addentrarsi nella complessità dei rapporti umani a distanza di così tanto tempo e con così pochi elementi a disposizione può facilmente generare confusione. Proviamo tuttavia a chiederci quali potessero essere le emozioni più segrete che agitavano il cuore della marchesa.

Se dunque di gelosia si è trattato, e dando per scontato che la gelosia è un sentimento multiforme che non necessariamente prevede un coinvolgimento erotico-sessuale, nei confronti di chi era rivolta, verso Francesco o verso le damigelle?

Circa la prima ipotesi bisogna introdurre alcune considerazioni: ricordiamo che Isabella all’epoca dei fatti aveva 47 anni suonati, mentre Francesco era poco più di un ragazzo, non essendo ancora maggiorenne. D’altra parte è ben noto agli storici l’atteggiamento decisamente algido della marchesana verso la sessualità, lei infatti ha sempre usato le debolezze altrui in questo campo per piegarli a suo vantaggio, e lo ha fatto con la spietata lucidità di chi si sente in buona misura estranea a queste tematiche. Utilizzava per esempio con molta sagacia le attrattive erotiche delle sue damigelle come un miele con il quale attirare nelle sue trame politiche gli avversari . L’impressione dei suoi biografi è sempre stata che ella fosse piuttosto riluttante ad accostare fisicamente il marito e che la malattia di quest’ultimo (la sifilide) le servisse ottimamente a questo scopo. Infine non risulta che qualcuno dei suoi presunti spasimanti (Ludovico il Moro, Galeotto del Carretto, Giangiorgio Trissino, Niccolò da Correggio ecc.) abbia mai attinto alcuno scopo.

E se invece fosse stata gelosa delle “sue” damigelle? È certo che lei, coerentemente con i costumi del tempo, le giudicava quasi oggetti di sua proprietà. Esercitava su di loro una sorta di patria potestas attraverso la quale tentava di controllare anche i loro cuori. Era dunque lei che decideva quando e con chi dovessero andare a marito. Soprattutto le doveva risultare assolutamente insopportabile che le cose avvenissero sotto il suo tetto e sua insaputa. Insomma, se proprio dovevano farlo, almeno che la cosa fosse di giovamento alla perigliosa conduzione del suo Stato, altrimenti era meglio che conservassero pure per poter poi trovare più facilmente uno sposo.

Ci pare, infine, che si possa escludere una forma, sia pure latente, di omosessualità da parte di Isabella, dal momento che nessun documento ne ha mai tramandato una sia pur lontana eco. Nemmeno quella linguaccia di Pietro Aretino, che pure non fu mai tenero verso la marchesa, si è mai lasciato sfuggire qualcosa in proposito, né il cronista veneziano Marin Sanudo, che la trovava cordialmente antipatica, né altri.

In realtà Isabella era una donna certamente eccezionale, ma pur sempre un essere umano, la cui sensibilità sul piano personale ed artistico non escludeva che potesse avere scatti d’ira e momenti di malumore, che l’enorme potere di cui disponeva poteva trasformare in un’arma pericolosissima.

A sua parziale discolpa bisogna aggiungere che stava attraversando un periodo molto difficile: dopo la morte del marito Francesco II Gonzaga, lei si era trovata a gestire assieme al figlio Federico le sorti del marchesato in una situazione di guerra assai complessa, che vedeva lo scontro sul territorio italiano tra i francesi di Francesco I di Valois e le truppe dell’imperatore Carlo V. Il figlio prendeva parte direttamente alle azioni di guerra e lei si sentiva come un vaso di coccio fra vasi di ferro.

A lei poi toccavano le cure dello Stato, mentre tutte le occasioni mondane avevano al centro l’amante di Federico, Isabella Boschetti, verso la quale lei provava una profonda avversione.

Epilogo

Torniamo ora al processo per accertarne le conclusioni. Dall’intervento conclusivo di un avvocato, ricaviamo che Francesco ottenne la grazia e il perdono dal suo signore relativamente alla pena di morte, mentre, come abbiamo già visto, i beni gli furono confiscati.

Circa il suo compare Ippolito Amorotti, un caso fortunato ci ha consentito di incontrare il suo nome in un manoscritto redatto da un personaggio di cui abbiamo trattato in una nostra precedente opera , tale Atanasio Atanagi da Cagli, che svolgeva il ruolo di buffone di corte presso Guidobaldo II Della Rovere.

Qui risulta che l’Amorotti vivesse nel ducato di Urbino nel 1538-39, l’Atanagi infatti dichiara di aver lavorato presso di lui come servitore in questo periodo. Più avanti ci informa di aver saputo che il suo antico padrone era passato a miglior vita nel 1562.

Dunque anche l’Amorotti avrebbe ottenuto la grazia, almeno parziale. La collera di Isabella si era definitivamente placata.