DUKE ELLINGTON
Testo di una conferenza-spettacolo su Duke Ellington letto in varie occasioni

Duke Ellington

Edward Kennedy “Duke” Ellington è nato a Washington sul declinare del diciannovesimo secolo, e precisamente il 29 aprile 1899. A lui fu attribuito il soprannome di “Duke”, cioè duca, un nomignolo che gli si attaglia perfettamente per la gentilezza dei modi e l’eleganza del vestire che lui ha sempre amato dimostrare.

Potrebbe forse interessarvi ascoltare come egli stesso racconta in quali circostanze fu chiamato così:

Fu proprio prima di andare alle scuole superiori e prima che la mia voce mutasse che mi affibbiarono il mio soprannome, Duke. Avevo un amico, Edgar McEntree, un tipo abbastanza stravagante cui piaceva vestire bene. Era della buona società ed era un bravo ragazzo, un tipo alla mano, festaiolo, eccetera. Penso credesse che, per poter godere della sua costante compagnia, dovevo avere un titolo, così mi chiamò Duke.

Ellington è considerato da molti, compreso chi vi parla, uno dei più grandi musicisti del ventesimo secolo, comunque certamente è stato uno dei maggiori esecutori e creatori della storia del jazz assieme a Louis Armstrong e Charlie Parker.

Sulla sua musica sono stati scritti interi volumi e un’infinità di articoli, sono stati organizzati incontri di studio, trasmissioni radiofoniche e televisive e quant’altro, ma in questo nostro incontro vorrei invece parlarvi di lui come uomo, vorrei intrattenervi sulla sua vita e su quella dei musicisti che gli sono stati vicino.

La materia l’ho tratta per la maggior parte dalla fonte, credo, più adatta, cioè la sua autobiografia, pubblicata in Italia per la prima volta nel 1981. Da noi il libro ha assunto il titolo un po’ riduttivo di Autobiografia, appunto, mentre in inglese ha il ben più suggestivo titolo di Music is my Mistress, che significa: “La musica è la mia padrona”, ovvero maestra, signora, ma, in senso non troppo recondito, anche amante. Un titolo che si attaglia perfettamente al personaggio: vi ricordate come egli chiudeva ed apriva i suoi concerti? Invariabilmente con la frase rivolta al suo pubblico: We loves you madly, vi amiamo alla follia.

Duke Ellington

Il libro, sia pure tradotto in maniera piuttosto approssimativa da una persona che conosceva poco il mondo del jazz, è interessante e assai rivelatore del personaggio. Per la verità ricordo perfettamente che le prime recensioni al suo apparire rivelarono una certa delusione: “Ma come, si disse, oltre quattrocento pagine di libro per parlarci dei suoi viaggi in giro per il mondo, dei bellissimi alberghi che frequentava (una volta raggiunto il successo, naturalmente), di quanto fossero gentili e carine le hostess degli aerei di prima classe, dei buoni cibi che gli servivano a tavola, di quanto tutti fossero amabili con lui, delle lauree ad honorem che le università di tutto il mondo facevano graziosamente a gara per offrirgli, degli applausi e degli entusiasmi dei pubblici dei migliori teatri e dei conservatori musicali, di quanto fosse brava la mamma di quel tale musicista nel cucinare i fagioli con le cotiche…

Ma insomma dov’era il tormento della creazione, dov’era quel pizzico follia che non può non esserci in ogni grande artista? Dov’erano le gelosie di mestiere e la lotta per accaparrarsi l’interesse del pubblico? Possibile che la vita con lui sia sempre stata così generosa? Possibile che tutti coloro che frequentava fossero musicisti me-ra-vi-glio-si, persone squisite, compagni fedeli e sempre disponibili, donne bellissime?

Articolo su Duke Ellington

Egli contraddice l’immagine (o lo stereotipo?) dell’artista maledetto, continuamente alla ricerca di qualcosa che è forse impossibile da trovare, irrequieto a sostanzialmente autodistruttivo. Il fatto è che dal punto di vista umano questo era veramente il personaggio Ellington.

Egli, da una parte aveva coscienza di essere una persona speciale, ma dall’altra, contraddittoriamente, il tratto caratteristico della sua vita e della sua figura era lo stupore, uno stupore continuo ed incessante che proprio a lui, figlio della piccola borghesia di colore di Washington (suo padre faceva il maggiordomo presso una ricca famiglia), a lui, dicevamo, potessero capitare tutte quelle cose meravigliose, essere tributati tutti quegli onori e tutta quell’ammirazione. Egli non cessa di meravigliarsene e di giudicarsi una persona fortunata, di sprizzare ottimismo e voglia di vivere bene da ogni pagina della sua autobiografia. Ascoltiamolo:

Come un bambino, avevo sempre creduto che niente era impossibile. Ero ottimista fino all’ennesima potenza. Il pessimismo è per i malati di mente, per chi ha dei complessi.

Ma su questo torneremo, vediamo intanto come egli apre le pagine del suo libro:

Tanto tempo fa una bella ragazza e un bel giovanotto si innamorarono e si sposarono. Erano una coppia meravigliosa e affiatata e Dio benedisse il loro matrimonio con un bel maschietto di quattro chili. Amavano molto il loro bambino. Lo allevavano, lo nutrivano, lo coccolavano e lo viziavano. Lo portavano in palmo di mano, soddisfacevano ogni suo desiderio. […]

Quando fui abbastanza grande, mi mandarono alla scuola domenicale. Non la capivo molto allora, anche se mi dava un meraviglioso senso di sicurezza. Era la fede a darmelo. Come se fossi stato un bambino molto, molto speciale, mia madre soleva dire: “Edward, tu sei benedetto. Non devi preoccuparti di niente. Edward, tu sei benedetto!” Credo davvero di essere benedetto? Certo che ci credo! Per prima cosa mia madre me l’ha detto tante e tante volte, e sempre in modo calmo e confidenziale […] e io sapevo che tutto quello che diceva era vero. Non aveva importanza dove ero o in quali condizioni, il mio inconscio sembrava molto consapevole di questo fatto. Così fino ad oggi, io non ho altro timore che quello di poter far male o offendere qualcuno. Nella mia vita ci sono state moltissime circostanze straordinarie e inspiegabili. Mi è sempre capitato di incontrare la gente giusta nei posti giusti nel momento giusto e di fare la cosa giusta per ottenere il tipo di suggerimento e di guida di cui avevo bisogno.

Chi ricorda l’attacco crudelmente autoironico di un’altra celebre autobiografia del jazz, quella della grande e sfortunata Billie Holiday, non può non può non notare la differenza. Queste sono le parole di Billie:

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi.

Duke Ellington

Come vedete c’è ben altra atmosfera. Senza parlare poi della vita tormentata e frenetica di un Charlie Parker, assillato dalla dipendenza dalle droghe pesanti, dalla necessità di procurarsi il denaro per pagarle, perseguitato da un tormento interiore, un’autentica febbre che lo portò a bruciare la sua vita in pochi anni, al punto che, quando morì distrutto dagli abusi all’età di soli trentacinque anni, il medico legale che lo visitò gliene attribuì cinquantacinque!

Ellington no, lui è, e ha piena coscienza di esserlo, una persona fortunata. Ma avere fortuna e successo nella vita può non bastare, c’è chi si tormenta mentre si crogiola nel lusso, c’è chi si annoia, c’è chi si trascina tra gelosie, insoddisfazioni e rancori. Niente di più lontano dalla natura del nostro uomo, che ha continuato ad essere fecondo, attivo e soddisfatto di sé fino a tarda età. Guardate un po’ come egli giudica gli altri musicisti, sia quelli che gli sono stati a fianco nella sua orchestra, sia quelli che erano suoi rivali nel contendersi l’interesse del pubblico. Scelgo fior da fiore, naturalmente, perché l’elenco potrebbe essere infinito. Cominciamo con il clarinettista Sidney Bechet, notissimo anche fra i non appassionati di jazz per la sua interpretazione di Petite fleur:

Sidney Bechet fu uno dei grandi veramente originali. Non dimenticherò mai la prima volta che l’ho sentito suonare all’Howard Theatre di Washington nel 1921. Non avevo mai sentito niente di simile. Furono per me un sound e una concezione del tutto nuovi.

Tutti sanno che nella storia del jazz e nell’immaginario degli appassionati il più grande concorrente di Duke e della sua orchestra fu Count Basie. Ecco come egli ne parla:

Quando venni per la prima volta a New York, Count Basie suonava il piano nella Quinta Avenue, tra la 134a e la 135a strada in un locale chiamato Edmond’s. […] Io vi andavo ogni sera e stavo dalla parte opposta della Quinta Avenue ed ascoltavo i vagiti di Count Basie. Era fantastico, a parte il fatto che ero troppo giovane per poter entrare in un posto come quello. Un giorno, mi misi alle spalle la mia adolescenza indossando i pantaloni lunghi. Pensarono fossi un adulto e mi fecero entrare. Li avevo imbrogliati e ne sono contento, perché alla fine riuscii a mettermi vicino al piano ed ascoltare il grande Count Basie.

Passiamo ora ad un altro grande direttore d’orchestra, anch’esso suo concorrente: Fletcher Henderson:

Fletcher fu di grande ispirazione per me. Ho sempre voluto che la mia orchestra suonasse come la sua, […] ed è quello che abbiamo cercato di ottenere la prima volta che avemmo a che fare con un buon numero di musicisti. […] Fletcher fu un amico meraviglioso ed esercitò su di me un’influenza notevole.

Come vedete egli è sempre pronto a dichiarare i suoi debiti verso chiunque, anche, appunto, verso i suoi rivali, o verso i suoi collaboratori, ascoltate quanta sincera ammirazione si legge in questo omaggio rivolto al suo sassofonista Johnny Hodges, un musicista che gli starà a fianco nel corso di tutta la sua carriera:

Cercavamo nuova linfa, giovane, innocente, eccetera, e non avremmo potuto prendere un musicista migliore, perché, con una maggiore libertà di espressione, Johnny divenne il nome più famoso della nostra orchestra, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. I suoi assoli appassionati non erano un tentativo di fare più note di tutti gli altri. Voleva solo eseguirli con una personalità vera, penetrando nella propria anima e penetrando così automaticamente in quella di tutti. La reazione del pubblico alle sue prime note era profonda e grande come la maggiore delle ovazioni che tocca ai musicisti alla fine di tutta un’esecuzione. Le platee si comportavano come se lo capissero e lo approvassero, esprimendosi con reazioni che andavano dai borbottii (Oh! Ah!), ai “Sì, paparino!” Queste reazioni non erano mai troppo rumorose, in modo da non permettere di sentire le note successive.

Articolo su Duke Ellington

Ecco ora le sue parole nei confronti dell’altro grande sassofonista Otto Hardwick:

Otto, o “Toby”, come amava essere chiamato, era “Mister C Melody” in persona, e nessuno riuscì mai ad afferrare tutta la meraviglia del suo sound, che fu una delle mie prime identificazioni sonore importanti. […] È impossibile valutare la sua importanza nella nostra affermazione nel mondo della musica. Le sue esecuzioni registrate, per esempio, erano uniche e senza paragone. Dio benedica Otto Hardwick.

È difficile definire una persona così. Cos’era Ellington in realtà, un gran diplomatico, un furbo, un inguaribile ottimista, ovvero un imperdonabile ipocrita? Tutto sommato scarterei quest’ultima ipotesi, dalle pagine del suo libro egli appare sincero, davvero entusiasta della vita e del mondo della musica nel quale ha operato per circa sessant’anni.

Ascoltiamo ora questo suo omaggio, davvero doveroso e sincero, a quello che molti considerano uno dei pilastri fondamentali della creazione musicale ellingtoniana, Billy Strayhorn. Vi sono squarci assai interessanti sul loro modo di lavorare in quasi perfetta simbiosi:

Billy Strayhorn era sempre il più generoso, il più paziente e il più imperturbabile, e non badava a quanto fosse pesante la giornata. Sono in debito con lui per il coraggio che mi ha infuso fin dal 1939. Era quello che mi ascoltava, il mio estimatore più fidato, e come critico era il più imparziale, ma il suo background, classico e moderno, contribuiva al suo buon gusto e alla sua comprensione: ne risultava un equilibrio perfetto.

In musica, mentre si sviluppa un tema, o un’idea musicale, ci sono molti punti nella cui direzione bisogna decidere di andare, e ogni volta che ero in conflitto con me stesso, in senso armonico o melodico, mi rivolgevo a Billy Strayhorn. Parlavamo, e ogni cosa veniva giustamente focalizzata. La sua mano ferma, frutto della sua saggezza, indicava la via più luminosa che era anche la più adatta per noi. Non era, come molti spesso hanno pensato, il mio alter ego. Billy Strayhorn era il mio braccio destro, il mio braccio sinistro, tutti gli occhi dietro la mia testa, le mie onde cerebrali nella sua testa e le sue nella mia.

Il nostro era un rapporto strettissimo. Quando stavo scrivendo il mio primo concerto sacro, mi trovavo in California e lui in un ospedale a New York. Per telefono gli dissi del concerto e che volevo che lui scrivesse qualcosa: “Introduzione, finale, passaggi veloci”, dissi. […] Non aveva sentito il mio tema, ma quello che mandò in California cominciava con la stessa nota mia (fa naturale) e finiva con la stessa nota mia (si bemolle, una decima sopra).

Duke Ellington

Ellington aveva il dono di saper sempre vedere negli altri gli aspetti positivi, anche nelle persone mediocri, da tutti sapeva prendere qualcosa, riusciva a convivere pacificamente perfino con persone equivoche e potenzialmente pericolose, almeno per gli altri. Eccolo per esempio venire a contatto ravvicinato con alcuni gangster:

Le terribili storie dei gangster e di Al Capone, in quei giorni, si sentivano alla radio e riempivano i giornali. Fui presentato a Sam Ablon, un amico che si pensava fosse uno dei grandi fuorilegge, e diventammo amiconi. Veniva spesso a prendere Sonny Greer e me dopo il nostro show e stavamo seduti a bere tutta la notte. Si ubriacava e noi ci ubriacavamo finché arrivava il momento di andare a casa. […] Ricordo che una volta eravamo al Paradise nella West Side di Chicago, ed era una consuetudine allora che chiunque avesse il proprio nome sulle insegne luminose venisse sfidato. Quando arrivai, il direttore, Sam Fleischnik, mi disse che avevo visite.

“Alcuni di quei gangster criminali sono stati qui stamattina”, spiegò, “e hanno detto che Duke Ellington doveva scucire cinquecento dollari o sarebbe stato meglio che non uscisse. Sai che cosa gli ho detto?”
“No, che cosa?”
“Gli ho detto che tutti i ragazzi dell’orchestra portavano la pistola. Che tutti, proprio tutti, avevano una pistola e che avremmo fatto fuoco su di loro”.
“Devi essere pazzo”, dissi non appena mi ripresi.
Finiti i nostri quattro show, quella sera, stavamo ritornando verso la South Side quando una macchina si fermò di fianco a noi ad un semaforo rosso. Puntarono un riflettore su di noi spaventandoci a morte. “Mi dispiace”, disse una voce, “ma stiamo cercando qualcuno”.

Era una macchina della polizia, e come si allontanò tirammo un grosso sospiro di sollievo. Ma i miei guai non erano finiti. Quando arrivammo al nostro hotel, un ragazzino mi fermò sul marciapiede e disse: “Duke, ci sono un paio di gangster che ti aspettano nell’atrio”.

Mi spaventai di nuovo, ma fuori faceva freddo, e dissi a me stesso: “Beh, diavolo, è inutile stare qui fuori”. Così, a denti stretti entrai nell’atrio, non riconobbi nessuno e non fui riconosciuto da nessuno. Entrai nell’ascensore e salii nella mia stanza, dove, chiusa la porta, mi levai il cappotto e mi sedetti. “Se ci deve essere qualche guaio”, pensavo, “perché devo stare qui intrappolato tutto solo?” Così tornai giù nell’atrio, dove c’era un sacco di gente che parlava tranquillamente. Individuai due tizi che avevano l’aspetto di quelli cui aveva parlato il ragazzino, e con i denti sempre più stretti, gli andai incontro: “Salve”, dissi sorridendo, “Cercavate di me?”

“Chi è lei?”
“Sono Duke Ellington”.
“Ehi, Duke, non ti ricordi di me? Sono il fratello di Mike Best”.
“Ma certo, amico, come stai?” Dissi, sebbene non avessi mai visto nessuno dei due in vita mia, “mi fa piacere vederti”.

Dopo un po’, uno di loro dice: “Abbiamo bisogno di un favore. Un nostro compagno è stato fatto fuori ieri e vogliamo duecento dollari per spedire il corpo a casa”. “Amico, il fratello di Mike Best può avere tutto quello che ho. Vieni a teatro domani. Non ho spiccioli con me al momento”. “Oh, non possiamo”, dissero interrompendomi, “è urgente, dobbiamo averli adesso”. “Bene, aspettate un minuto”, dissi, “forse posso chiederli alla cassa”. Andai al banco di fronte e parlai con Phil, il cassiere: “Phil, ho bisogno di un paio di centoni di dollari”. “Duecento!” Disse Phil stupito, “cosa ci fai con duecento dollari stasera? Sei nostro ospite qui di fronte al Grand Terrace e non riuscirai a spendervi un centesimo”. “Oh, degli amici vogliono un piccolo favore”, dissi. “Amici?” Disse Phil, “dove hai trovato degli amici? Non sei a Chicago da più di cinque minuti. Come hai fatto a trovare quel tipo di amici così in fretta? Dove sono?” “Sono quei due tipi là in fondo”. “Quei due vagabondi!” Esplose Phil, sbirciandoli dalla vetrata. “Okay, di’ loro di aspettare un minuto mentre vado qui di fronte e li prendo da Joe Fusco”. Quando quei due udirono il nome di Joe Fusco, per poco non sfasciarono la grande porta principale, precipitandosi in strada.

Duke Ellington

Come dicevamo, nelle sue parole non si legge mai il tormento della creazione, da lui la musica sembrava sgorgare in maniera assolutamente naturale. A ciò contribuiva probabilmente il fatto che egli stesso fosse un formidabile ascoltatore degli altri musicisti, in moltissime occasioni egli descrive se stesso nell’atto appunto di ascoltare gli altri sempre con rinnovato piacere. Egli si ritiene, letteralmente: Il più grande ascoltatore del mondo. Una volta addirittura giunge a dire:

Ho una spalla più alta dell’altra proprio per essermi sempre appoggiato al piano ad ascoltare gli altri.

Duke si imbeveva della musica prodotta dagli altri musicisti che poi, attraverso un misterioso procedimento chimico che avveniva dentro di lui, riusciva a trasformare e a reinventare:

Assorbivo da tutti, e quando scoprivo che qualcosa che volevo fare era un po’ troppo difficile per un pivellino come me, escogitavo qualcosa di adatto ai miei limiti.

Un indizio rivelatore di quanto egli fosse diplomatico è la completa assenza in queste pagine della moglie, la madre di suo figlio Mercer, che sembrerebbe dunque essere nato per partenogenesi, senza una collaborazione femminile. Questo fatto potrebbe offrirci una chiave per spiegare il suo atteggiamento: egli semplicemente evitava di parlare delle persone con cui aveva avuto dei rapporti difficili, piuttosto che parlare male di qualcuno, preferiva tralasciarne perfino il nome.

Seguiamo ora il nostro amico nello svolgersi della sua carriera, Dopo gli inizi a Washington, dove forma un suo gruppo che man mano acquista una buona fama, sia pure nell’ambito ristretto della città, lo vediamo approdare a New York nel 1923. L’arrivo nella Grande Mela è assolutamente tipico del suo stile di vita:

Siccome c’era un lavoro che mi aspettava, mi sentii in dovere di viaggiare in grande stile. Saltai su un treno, presi una carrozza salone, feci una grande cena costosa nel vagone ristorante e presi un taxi alla Pennsylvania Station che mi portò in centro. Con queste spese, e con le relative mance, avevo speso tutti i miei soldi nel momento in cui raggiunsi la 129a strada.

Duke Ellington

Naturalmente i compagni che lo attendevano erano in bolletta assoluta, ma niente paura, soltanto pochi giorni dopo egli si presenta, assieme ad un amico, da un editore musicale di Broadway e gli fa ascoltare una sua canzone:

“Mi piace”, disse questi dopo aver ascoltato la nostra canzone, “la prendo”.
“Sapete, naturalmente, che noi vogliamo un anticipo di cinquanta dollari”, disse Joe.
“Okay”, rispose Fred Fisher. “Datemi uno spartito e firmerò il contratto”.
“Dai uno spartito al signore”, disse Joe, rivolgendosi a me.

Non avevo mai scritto uno spartito né avevo tentato di scrivere musica di alcun tipo, ma erano le quattro e mezza del pomeriggio e sapevo che lo sportello degli assegni avrebbe chiuso alle cinque. Per cui, nonostante i dieci pianoforti che suonavano in dieci cabine diverse, mi sedetti anch’io e scrissi uno spartito. Fu soddisfacente. Prendemmo i soldi, li dividemmo e poi ci spartimmo la piazza. Avevo rotto il ghiaccio e nel contempo ero stato costretto a scrivere musica. Il giorno dopo, e per molti altri, eravamo di nuovo al punto di prima, vendendo canzoni e non riuscendo a trovare un compratore. Un giorno Joe Trent si precipitò da me a Broadway. Aveva un grande progetto e dalla sua voce sembrava avere premura.

“Stasera dobbiamo scrivere uno show”, disse. Sta-se-ra! Ammutolito e non sapendone di più, mi sedetti quella sera e scrissi uno show. Venni così a sapere che i compositori andavano in montagna o al mare per comunicare con le muse per sei mesi, per poter poi scrivere uno show. Il giorno dopo suonammo e presentammo il nostro show a Jack Robbins, al quale piacque: disse che lo avrebbe preso. “Sapete che noi prendiamo cinquecento dollari d’anticipo”, disse Joe.

“Okay”, disse Robbins, “Domani”.

La vera storia che sta dietro alla faccenda è che Jack Robbins impegnò l’anello di fidanzamento della moglie per darci il nostro anticipo di cinquecento dollari. Lo show Chocolate Kiddies iniziò le prove, dopodiché si spostò in Germania, dove fu rappresentato per due anni al Wintergarden di Berlino. Jack tornò negli Stati Uniti milionario. Un signore della musica.

Questa è la versione di Duke, ma quanto ci sia di vero è impossibile stabilirlo. La compagnia di Chocolate Kiddies partì effettivamente da New York nel maggio del 1925 e ottenne un enorme successo in Europa, ma che parte abbia avuto Ellington in questo musical non è chiaro. Non vi sono prove che qualcuna delle sue canzoni sia stata utilizzata. Ma ciò che è incontestabile è che Duke era in grado di improvvisare melodie già pressoché miracolosamente perfette in ogni loro parte. Ecco per esempio il niente affatto travagliato parto di un altro brano amatissimo, Mood Indigo:

Come al solito, la notte prima di registrare toccò a me scrivere e pensare musica. Avevo già tre motivi, e mentre aspettavo che mia madre finisse di cucinare la cena, cominciai a scriverne un quarto. In quindici minuti scrissi la partitura di Mood Indigo. La registrammo quella sera al Cotton Club, quando era quasi il momento della nostra trasmissione, Ted Husing, il presentatore, chiese: “Duke, cosa suoneremo stasera?” Gli dissi del nuovo pezzo e lo suonammo mentre veniva registrato dalla radio con sei elementi su undici dell’orchestra. Il giorno dopo arrivarono pacchi di posta che deliravano per la nuova melodia, così Irving Mills vi mise delle parole, e tuttora mi arrivano i diritti d’autore per quel mio lavoro di una sola notte composto più di quarant’anni fa.

Duke Ellington

Eccolo ora in azione mentre crea la musica per Creole Rhapsody:

Fu a Chicago, quando suonavamo all’Oriental Theatre, che un giorno venne da me Irving Mills, con un’idea originale. Lui era costantemente in cerca di un trampolino di lancio sempre più alto per la nostra musica. “Domani è un gran giorno”, disse, “Facciamo la prima di un nuovo, lungo lavoro, una rapsodia”. “Davvero?” Risposi, “Okay”.

Così me ne andai a scrivere Creole Rhapsody e feci tanta musica che dovemmo tagliarla e farne due versioni. Una uscì alla Brunswick e l’altra, più lunga, alla Victor.

Passiamo ora a raccontare la gestazione di altri due celeberrimi brani ellingtoniani, In A Sentimental Mood, e Solitude.

Quando eravamo a Durham, nella Carolina del Nord, Ed Merrit diede un party in nostro onore, dopo un ballo al North Mutual Building. C’erano due ragazze che conoscevo già e che avevano litigato fra di loro, perché una si era preso il ragazzo dell’altra. Così mi sedetti fra le due ragazze, suonai il piano per rappacificarle e dedicai loro una nuova canzone. A loro piacque, la canticchiammo insieme e per un momento tutto filò via tranquillo. Più tardi fu intitolata In A Sentimental Mood.

Un altro successo, Solitude, era arrivato più o meno allo stesso modo di Mood Indigo:

Eravamo giunti in uno studio di registrazione a Chicago nel settembre 1934, nella stessa situazione, con tre pezzi pronti e la necessità di un quarto. L’orchestra prima di noi suonò più del previsto, il che mi diede la possibilità di creare il mio quarto pezzo. Per cui, in piedi, appoggiato alla vetrata dello studio, scrissi la partitura di Solitude in venti minuti.

Dopo averla suonata e registrata per la prima volta, notai che tutti nello studio erano commossi. Persino il tecnico aveva le lacrime agli occhi. “Qual è il titolo?” Chiese qualcuno. “Solitude”, rispose Artie Whetsol, che l’aveva suonata con tutta l’anima.

Ditemi voi se è possibile avere dentro di sé una tale fonte creativa apparentemente inesauribile. Pensate che Ellington ha scritto centinaia di brani che musicisti di ogni genere hanno reinterpretato e fatti propri. Guardate ora con quanta semplicità e naturalezza egli descrive la nascita del famoso Jungle Style, uno stile sonoro che ha caratterizzato la sua orchestra e ha affascinato intere generazioni di appassionati di tutto il mondo.

Duke Ellington

Si sta parlando del trombonista Joe “Tricky Sam” Nanton e del trombettista Bubber Miley, due delle colonne dell’orchestra di quegli anni:

Joe e Bubber formarono un grande duo, lavorando d’amore e d’accordo. Fecero un bel lavoro in quello che divenne poi famoso come Jungle Style, stabilendo una tradizione che a tuttora manteniamo ancora.

Capite? Fecero un buon lavoro e dunque nacque il Jungle Style, detto e fatto. Una nascita che sembra del tutto spontanea e casuale. Forse è proprio vero che la grandezza di Ellington musicista consisteva nell’essere uno straordinario catalizzatore delle idee e della creatività di chi gli stava attorno. Io credo infatti che il suo vero strumento fosse l’orchestra, e non il pianoforte, che pure suonava divinamente. Insomma dentro di lui e intorno a lui la musica nasceva come per incanto. Per autentica magia e senza sforzo apparente, magari tra una bevuta di gin e l’altra. E sì, perché, se pur Ellington si è sempre saggiamente tenuto lontano dalle droghe, l’alcol gli piaceva moltissimo. Osserviamolo in azione come bevitore. Siamo a Pittsburg, dove in quel periodo suonavano assieme l’orchestra del Duca e quella di Fletcher Henderson:

Tra i musicisti si bevevano liquori con la grinta di due “gladiatori”, proprio nel modo in cui si sfidavano l’un l’altro con i loro strumenti. Ce n’erano molti che avevano una grande reputazione, il cui grado era determinato dalla quantità di liquore che bevevano e di conseguenza c’erano molte sfide. Un pomeriggio Rex Stewart, che stava allora con Fletcher, si imbatté in Tricky Sam Nanton della nostra orchestra:

“Ehi, Tricky”, disse, “ho sentito dire che bevi”.
“Sì, e ho sentito dire che anche tu hai questa fama”.
Decisero di incontrarsi quella sera dopo i loro rispettivi impegni e “farla fuori”. Io avevo sentito della sfida e dissi che sarei andato in Wiley Avenue al bar di Willie Cleveland per fare da arbitro. Tutto fu concordato e noi tre convergemmo al bar dopo i nostri numeri. Tricky e Rex si strinsero la mano, si misero al bar, dove Rex con aria abbastanza sofisticata ordinò mezza pinta di gin. “Lo stesso per me”, disse Tricky. “Io sono l’arbitro”, annunciai, “per cui prenderò anch’io mezza pinta”. Quando furono serviti, Rex fece un brindisi, Tricky rispose e poi tutti e due alzarono le bottiglie e le vuotarono. Io osservai attentamente per assicurarmi che tutto venisse fatto secondo le regole stabilite, e poi bevvi la mia mezza pinta.

Ora, ci sono certe cose che un concorrente fa e certe cose che un concorrente non fa in gare di questo tipo. Per esempio, dopo aver vuotato la mezza pinta, il concorrente non fa una smorfia, né prende un sorso d’acqua. Sorride cordialmente e possibilmente allunga la mano per una sigaretta, sempre mantenendo un’espressione come se avesse appena preso… salsapariglia. Continuò così tutta la notte, fino alle nove del mattino, quando io, l’arbitro, pur avendo bevuto ogni volta la stessa quantità dei concorrenti, dovetti addirittura trascinarli tutti e due fuori.

Ero lì con due gladiatori “fatti” sulle mie spalle, che dovevano essere consegnati a due alberghi diversi. La buona educazione richiedeva che Rex fosse consegnato per primo e io stavo nello stesso albergo di Tricky. Quando ebbi portato Tricky ero esausto, così lo lasciai in fondo alle scale e salii per tre rampe fino al piano in cui il resto dei jazzisti dell’orchestra aveva le stanze. Quando raccontai quel che era successo, e dove Tricky stava riposando, Bubber Miley andò a prendere un secchio pieno d’acqua. Dalla ringhiera si poteva vedere Tricky sdraiato in fondo alle scale. Bubber si sporse e vuotò il secchio. L’acqua finì proprio in faccia a Tricky, lo svegliò di colpo e lui cercò di nuotarci dentro!

Non bevo più alcolici. Mi sono ritirato campione imbattuto circa trent’anni fa e mi considero una “spugna a riposo”. Ma ho bevuto più alcolici di chiunque altro.

Il tutto senza un solo accenno a bruciori di stomaco o a nausee di dopo sbornia!

Ellington, ma per la verità un po’ tutti i jazzisti della sua generazione, sono sempre rimasti impressionati della considerazione in cui il jazz era tenuto in Europa. Voglio farvi ascoltare la narrazione del suo primo viaggio a Londra:

Duke Ellington

Il colpo successivo di Irving Mills fu un ingaggio al Palladium di Londra, che combinò in compagnia del direttore d’orchestra inglese Jack Hylton. Il Palladium era considerato il teatro di varietà numero uno del mondo. Salpammo da New York il 2 giugno 1933 sull’Olympic. Attraversare l’Atlantico per la prima volta fu un’esperienza eccitante per tutti noi. C’erano a bordo molti delegati di tutto il Commonwealth britannico che stavano andando a una importante conferenza a Londra. Facemmo un concerto e stringemmo con alcuni di loro amicizie preziose.

Al Palladium abbiamo avuto un’accoglienza fantastica. Ivie Anderson raggiungeva ogni volta il massimo con Stormy Weather; Bessie Dudley ballava e ritmava con Rockin’ in Rhythm; E noi suonavamo Ring Dem Bells e Three Little Words.

Ma i critici di jazz non furono soddisfatti e dovemmo dare un concerto speciale una domenica nel più grande cinema d’Europa, il Trocadero all’Elephant and Castle. Fu organizzato dal Melody Maker, un giornale musicale, e il pubblico era quasi interamente composto da musicisti, che venivano da tutto il paese. Dovevamo evitare le offerte di pubblicità in questa occasione, e per il momento vivevamo nella speranza perché Spike Hughes, il critico più importante di quel tempo, non ci criticò per niente. Al contrario criticò il pubblico per averci applaudito alla fine degli assoli alla metà dei pezzi! Pensate quanto era seria la cosa. Eravamo veramente stupiti di come in Inghilterra la gente era ben informata su di noi e sui nostri dischi. Avevano giornali e riviste molto più all’avanguardia di quelle che avevamo noi, e dovunque andavamo ci ricordavano fatti che avevamo dimenticato e ci facevano domande a cui non sempre riuscivamo a rispondere. Tuttavia la stima in cui la nostra musica era tenuta ci gratificava molto. Una trasmissione che avevamo fatto per la BBC provocò un sacco di commenti, la maggior parte dei quali favorevoli. […]

Lord Beaverbrook, che possedeva uno dei giornali più importanti di Londra, organizzò un grande party a cui furono invitati il principe di Galles e il duca di Kent. […] Era tutto pittoresco e fantastico. Membri della nobiltà, membri del parlamento e delegati alle conferenze imperiali, tutti in abiti da cerimonia, si confondevano allegramente. C’era un abbondante buffet e lo champagne scorreva a fiumi. […]

Più tardi il principe di Galles disse delle parole gentili su di noi. Quando mi chiese di bere qualcosa insieme, fui sorpreso di scoprire che beveva gin. Ho sempre pensato che il gin fosse un tipo di bevanda comune, ma da quella volta decisi che era invece una cosa raffinata.

Sonny Greer racconta sempre un’altra storia di quando eravamo a Parigi e spero di non essere considerato immodesto per averla inclusa qui.

“Stavamo facendo un concerto alla Salle Pleyel”, dice, “durante l’intervallo c’era un buffet imbandito dietro al palcoscenico, con ogni genere di cibi e bevande. Tutta l’aristocrazia venne a vedere Duke e durante questo intervallo una duchessa perse un grosso anello di diamanti. Tutti smisero di mangiare e di bere per cercarlo.

Dopo dieci minuti circa, quando ancora non era stato trovato, disse a tutti di non pensarci più. «Posso sempre avere dei diamanti», disse, «ma quante volte posso avere un Duke Ellington?»

Negli anni Sessanta, in tempi di politicizzazione esasperata, Ellington è stato definito da alcuni una sorta di Zio Tom della musica nera, e certo bisogna convenire che lui non era politicamente impegnato, tuttavia non era affatto disinteressato alle sorti della gente di colore nell’America profondamente razzista di quegli anni.

Duke ha sempre avuto molto rispetto verso la musica colta europea, così egli fu molto gratificato quando, nel 1955, la sua orchestra jazz fu chiamata ad esibirsi a fianco di un’orchestra sinfonica, la Symphony of the Air. Per l’occasione egli scrisse appositamente un pezzo commissionatogli dal direttore d’orchestra e compositore Don Gillis, e lo intitolò Night Creature.

Duke Ellington

Ellington fu senz’altro quello che si usa definire un bon vivant, amava alla follia il caviale e ne consumava quantità inimmaginabili. Pensate che nel suo libro egli dedica ben tredici pagine per descrivere i suoi cibi preferiti, quelli che ha maggiormente apprezzato nel corso dei suoi viaggi in giro per il mondo (e lui girava parecchio!), salvo poi, da adorabile bugiardo quale era, affermare, rispondendo alla domanda di un intervistatore, che gli chiede: “Come riesce a mantenersi in così buona salute con tutto il viaggiare che fa, mangiando tutti quei cibi diversi in posti diversi?

"Non mangio molto di più di una bistecca. [...] Il segreto sta nel dire no a tutti i cibi che ti offrono e mangiare solo bistecche!"

Un solo rammarico, all’Italia egli dedica solo tre righe:

In Italia mi piacciono le scaloppine di vitello non con il gorgonzola, ma con fette di Bel Paese. E ogni giorno, come diceva Joe Williams, ogni giorno!

Neanche un accenno ai concerti dati nel nostro paese, peccato, mi sarebbe piaciuto sentire raccontare dalla sua voce il memorabile concerto tenuto al Teatro Lirico di Milano in compagnia di Ella Fitzerald al quale chi vi parla ha assistito ben due volte, alla sessione del pomeriggio e poi a quella della sera, riportandone ogni volta emozioni memorabili!

Duke Ellington è morto nel suo appartamento di New York affacciato su Central Park il 24 maggio del 1974 all’età di 75 anni.

Ha lasciato un patrimonio di 30 milioni di dollari (di allora), i diritti sulle sue innumerevoli che canzoni continuano ad affluire nelle tasche dei suoi eredi con ritmo inarrestabile.