ARTICOLO SU BILLIE HOLIDAY
“Billie Holiday, la signora del jazz”, in Il Calendario del popolo, a. 60°, n. 689, settembre 2004, pp. 45-47.

Billie Holiday

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciott’anni, lei sedici, io tre.

Questa è la folgorante apertura dell’autobiografia di Billie Holiday.

Per molti, compreso chi scrive, senza alcun dubbio la più grande cantante della storia del jazz. Ma andiamo avanti a leggere:

La mamma lavorava come cameriera da una famiglia di bianchi e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi. Anche la famiglia del babbo si prese un mezzo accidente, per via di quella storia. Era gente della buona società, e lì dove stavano di casa, nell’East Baltimore, nessuno aveva mai sentito parlare di faccende del genere.

I ragazzi erano però tutti e due poveri, e da poveri si cresce alla svelta. È proprio un miracolo che mia madre non sia finita alla pubblica assistenza e io all’orfanotrofio. Ma Sadie Fagan mi volle bene fin da quando io non ero per lei che un mucchio di calci nelle costole, mentre lei strofinava i pavimenti.

Andò all’ospedale e si mise d’accordo con la direttrice. Le disse che per pagare l’assistenza per sé e per me era disposta a pulire per terra, per un certo periodo, e che avrebbe fatto la serva anche alle altre bagasce che andavano lì a partorire. Così fece. Quel mercoledì 7 aprile 1915, quando io nacqui a Baltimora, la mamma aveva tredici anni.

Billie Holiday

In realtà, come nel caso di molti altri avvenimenti descritti nel libro, le cose non erano andate proprio così.

Dal momento che in realtà i genitori di Eleanore Gough (questo era il suo vero nome) non si sposarono mai e vissero ben poco tempo insieme.

Inoltre era la madre ad essere più vecchia del compagno, ma possiamo ben concedere ad una donna grande e sfortunata delle piccole bugie, anche se nella sostanza il libro è ferocemente sincero. Infatti lei confessa, come vedremo, delle verità molto dolorose ma, lo sappiamo tutti, è umanamente comprensibile cercare di dimenticare cose sgradevoli.

Inoltre non è facile comprendere quanto in questo libro sia farina del sacco di Billie e quanto di William Dufty, il giornalista del New York Post che si è assunto il compito di mettere ordine nelle registrazioni nelle quali la cantante aveva riversato i suoi ricordi.

È bene però avvertire che Tony Scott, il clarinettista che fu grande amico della cantante nell’ultimo periodo della sua vita, ha più volte messo in guardia contro le esagerazioni e le deformazioni da lui usate.

A sei anni ero già una donna. - Prosegue Billie qualche pagina più avanti - Ero alta per la mia età, col seno grande e le ossa robuste. Una bella figliola sana e robusta, ecco tutto.

Sicché cominciai presto a lavorare fuori di casa, prima delle ore di scuola e anche dopo. Badavo ai bambini, facevo commissioni e strusciavo quei maledetti scalini bianchi un po’ per tutta Baltimora.

[…] Comunque, che me ne andassi in bicicletta o che me ne stessi a strofinare i pavimenti, cantavo tutto il tempo, perché questo soprattutto mi piaceva, mi piaceva la musica, e bastava che ci fosse un posto dove poter sentire della musica, io mi ci buttavo.

A quei tempi Alice Dean teneva un casino vicino a casa nostra, e spesso facevo commissioni per lei e per le ragazze. Io ero una persona molto attaccata agli interessi, a quel tempo là, e non accettavo mai incarichi da nessuno per meno di cinque o dieci cents, ma per Alice e per le sue ragazze correvo dappertutto, lavavo i lavandini, mettevo fuori gli asciugamani puliti e il sapone Lifebuoy, e quando lei mi voleva pagare le dicevo di tenersi pure i soldi, perché non m’importava.

Mi bastava che mi lasciasse andare là, nel suo salottino sul davanti, a sentire i dischi di Louis Armstrong e di Bessie Smith.

bilie holiday

Questo quadretto di vita però cambierà presto di tono, infatti, quando avrà dieci anni succederà una cosa che segnerà tutta la sua vita, più che per il fatto in sé che, come vedremo, lei supererà con molto coraggio, per le conseguenze che ne seguiranno:

Una volta tornai da scuola e la mamma era dal parrucchiere. In casa non c’era nessuno tranne il signor Dick, uno dei vicini. Questo tipo mi dice che era stata la mamma a chiedergli il piacere di aspettarmi lì, per poi accompagnarmi in una casa distante qualche isolato, dove l’avrei incontrata.

Non ho neppure il tempo di pensarci su, che mi prende per mano, e io me ne vado con lui. Si arriva in questa casa, ci apre una donna. Domando della mamma e loro mi fanno: «Ora arriva subito», e poi mi pare che spiegassero che aveva telefonato per dire che avrebbe fatto un po’ tardi. Passò molto tempo e diventava tardi, e io cominciai ad aver sonno. Il signor Dick se ne accorse e mi fa sdraiare in una camera sul dietro della casa. Quasi dormivo, quando sento il signor Dick che mi viene addosso strusciando e cercando di fare quello che sempre cercava di fare mio cugino Henry. Mi misi a strillare e a tirar calci all’impazzata, e allora la donna della casa entrò e cercò di tenermi ferme le braccia e la testa perché il signor Dick potesse far meglio. Se la passarono brutta con me che scalciavo e graffiavo e berciavo fino a perdere il respiro. E a un tratto, mentre ripigliavo fiato, sento un gran tramestio e gridio, e immediatamente dopo la porta si apre ed entra un poliziotto con la mamma.

[…] I poliziotti portarono il signor Dick al commissariato, e io che piangevo e sanguinavo nelle braccia della mamma, anche noi dovemmo andare in quell’ufficio. E arrivate lì, invece di trattarci come brava gente che avevan chiesto l’aiuto della polizia, mi trattarono come se avessi ammazzato qualcuno, e non permisero alla mamma di portarmi a casa.

Il signor Dick aveva passata la quarantina, io non avevo che dieci anni, ma è probabile che il sergente, data una sbirciatina al mio seno e alle mie gambe, si fosse fatta un’altra idea riguardo alla mia età, che ne so. Comunque, secondo loro, era chiaro che ero stata io ad adescare questo vecchio caprone e a portarlo al casino. E di sicuro so questo, in definitiva: che mi buttarono in una cella e benché la mamma urlasse, singhiozzasse e supplicasse la mandarono via, fuori del carcere. […] Dopo un paio di giorni di cella mi portarono in tribunale. Il signor Dick si beccò cinque anni di galera, e io condannata in un istituto cattolico.

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Quello che lei chiama istituto cattolico era in realtà una sorta di riformatorio. Potete immaginare il trattamento riservato in un luogo del genere ad una giovane ribelle come era Billie, che qualche giorno dopo infatti, giocando con l’altalena provoca il ferimento di una coetanea.

La punizione sarà inimmaginabilmente dura:

Una ragazza era morta e l’avevano sistemata in una stanza sul davanti dell’istituto. Per punizione mi rinchiusero a chiave lì con lei, tutta la notte. Forse era quella stessa ragazza che si era rotta il collo sull’altalena, può anche darsi, ma non so, non ricordo bene ora. So solo che non potevo soffrire la gente morta da quando la bisnonna era morta tenendomi serrata fra le braccia. Non potevo dormire, non potevo sopportarlo quel posto.

Urlai e strepitai tutta la notte, e feci un tal fracasso picchiando sulla porta che nessuno riuscì a chiudere occhio. A furia di batter pugni disperati mi ritrovai con le mani piene di sangue.

Più avanti la nostra Billie dovrà ancora sperimentare quanto fosse dura la vita per una ragazza di colore nell’America di quegli anni. Anche se, ancora una volta, lei ci sorprende per l’imperturbabilità con cui affronta questo scabroso passaggio della sua vita avvenuto quando già si era trasferita a New York:

Florence era una maîtresse delle più importanti di tutta Harlem. Sicché, dàlle tempo qualche giorno, ecco capitarmi la possibilità di fare la call-girl da venti dollari. Un’occasione buona, e non me la lasciai scappare. […] Ebbi ben presto due clienti fissi, due giovani bianchi su cui potevo contare tutte le settimane. Uno il mercoledì, l’altro il sabato. Ogni tanto riuscivano a farcela anche due volte per settimana.

La madama levava sempre cinque dollari dai miei venti, ma era una pacchia lo stesso, perché guadagnavo sempre più lì in una settimana che a fare la cameriera un mese di seguito. E poi lì c’era chi i vestiti li lavava a me.

Ma veniamo ora al momento in cui Billie inizia la sua carriera artistica, in maniera abbastanza casuale, come spesso avviene nella vita. Un giorno, spinta da un pressante bisogno di denaro, tenta di farsi assumere in un locale notturno, ma come ballerina!

Billie Holiday

Quando alla fine arrivai da Pod’s & Jerry ero ormai alla disperazione. Entrai e domandai del capo. Parlai, credo, con Jerry. Gli dissi che ero una ballerina e volevo che mi desse un’occhiata. Sapevo a malapena due sgambetti, non conoscevo neanche il nome di «audizione», ma era appunto quella cosa che cercavo. Sicché Jerry mi manda dal pianista e mi dice di ballare.

Cominciai a ballare, ed era una cosa proprio pietosa. Facevo e rifacevo quei miei due poveri sgambetti, sempre i soliti, finché non mi urlò di piantarla di fargli perdere del tempo. Volevano mandarmi via, ma io insistevo a supplicare che mi dessero un lavoro.

E dài e dài, fu il pianista ad intenerirsi. Spiaccicò la cicca nel portacenere, poi mi guarda e mi fa: «Sai mica cantare, bimba?» «Certo che so cantare», gli fo io. «Ma a che serve?» Tutta la vita avevo cantato, ma mi divertivo troppo per supporre che ciò potesse dare dei guadagni veri e propri. E poi quelli erano i tempi del Cotton Club.

Che facevano le stelline? Erano carine, e basta. Sculettavano un poco e prendevano le mance dai tavolini. Io pensavo che fosse questa l’unica maniera di far soldi, e avevo bisogno di quarantacinque dollari prima di giorno, se no la mamma e io ci saremmo trovate fuori di casa. […] Dissi al pianista di suonare Vagando da sola, che rispecchiava su per giù lo stato d’animo mio di quelle ore, e penso di essere riuscita a cavarmela perché in tutta la sala si fece un gran silenzio, tanto silenzio che se uno spillo fosse caduto per terra lo avremmo sentito rimbombare. Quand’ebbi finito, tutti stavano lacrimando nelle loro birre, e racimolai trentotto dollari.

Forse c’è un pochino di esagerazione in questo racconto, perché a quel tempo la voce della nostra Billie non era ancora così intensamente drammatica come sarebbe divenuta in seguito.

È quindi difficile immaginare tutta quella gente che piange nei bicchieri di birra, anche se l’immagine è molto carina, non trovate?

Piano piano Billie comincia a diventare famosa, e inizia a girare attraverso tutti gli Stati Uniti per fare tournée, è una vita ricca di soddisfazioni da una parte, ma fisicamente debilitante dall’altra. In varie occasioni lei ci narra di trasferte sfiancanti su pullman che attraversano quell’immenso Paese da una parte all’altra. Una volta arrivati a destinazione, si aveva giusto il tempo di correre in albergo per cambiarsi d’abito che subito cominciava lo spettacolo, o due spettacoli al giorno, o anche più, se si comprendono le jam session nei locali notturni che duravano fin quasi all’alba.

Qualche ora di sonno e poi via di nuovo, a stiparsi sul pullman con i ragazzi dell’orchestra e dirigere verso un’altra meta distante centinaia di chilometri.

Billie Holiday

Ma non era tanto questo a disturbare la nostra amica, quanto le umiliazioni che doveva spesso subire in quanto donna di colore.

Talvolta era costretta ad entrare nei locali dalla porta di servizio mentre i musicisti (che spesso erano bianchi) entravano da quella principale, talaltra doveva scontrarsi con sceriffi razzisti o con teste calde che, specialmente negli stati del Sud, non perdevano l’occasione di farle pesare il colore della sua pelle. Qualche volta i ragazzi dovevano spalleggiarla per come potevano o addirittura menare le mani, o darsi a fughe precipitose per evitare guai peggiori.

Pensate come tutto questo dovesse pesare a chi aveva una piena coscienza del suo valore artistico, eppure doveva chinare il capo di fronte ad impresari approfittatori, a beceri ragazzotti prepotenti e razzisti, a difensori della legge che si trasformavano spesso e volentieri in ottusi oppressori. La sua risposta a queste tristi circostanze non poteva che essere degna di una donna battagliera e coraggiosa come lei. Billie adotterà, infatti, come cavallo di battaglia una canzone che si trasformerà presto in un terribile atto di accusa per la società americana del tempo: Strange Fruit:

Southern trees bear strange fruit
blood on leaves and blood at the roots
black body’s swinging on the southern breeze
strange fruit hangin’ from the poplar tree.

Pastural scene from the gallant South
the bulging eyes and the twisted mouth
scent of magnolia sweet and fresh
then the sudden smell of burning flesh.

Here is a fruit for the crows to pluck
for the rain to gather
for the wind to suck
for the sun to rot
for the tree to drop
here is a strange and bitter crop.

(Gli alberi del Sud hanno frutta strana / sangue sulle foglie e sulle radici / un corpo nero ondeggia nella brezza del Sud / frutta strana appesa al pioppo. / Scena pastorale del cavalleresco Sud / Occhi di fuori e bocca contorta / profumo di magnolia dolce e fresco / poi un odore improvviso di carne che brucia. / Qui c’è la frutta che le cornacchie possono beccare / che la pioggia può raccogliere / che il vento può succhiare / che il sole può marcire / che gli alberi fanno cadere dai rami / ecco uno strano, amaro, raccolto.)

Si tratta, ovviamente, di una scena di linciaggio, evento nient’affatto raro in quei tempi. Se si colloca la canzone nel suo contesto storico (siamo agli inizi del 1939) non si può fare a meno di notare quanto coraggio ci volesse per cantarla in pubblico, tenuto presente appunto che a quell’epoca i frequentatori di sale da concerto e di locali notturni erano in grande prevalenza bianchi. Ecco come la cantante ci racconta le circostanze in cui è nata la canzone, con alcune imprecisioni, come vedremo. Notevole è anche la reazione degli ascoltatori la prima volta che la cantò:

Billie Holiday

Fu durante il mio periodo al Café Society che nacque quella canzone, Strange fruit, divenuta poi una specie di mio personale inno di protesta contro la società. Il primissimo seme di questa canzone era una poesia scritta da Lewis Allen, che conobbi appunto al Café Society. Quando me la mostrò, la capii subito: mi sembrava che ci fossero dentro tutte quelle cose che messa una sull’altra avevano provocato la morte del babbo. Anche Allen sapeva in che modo era finito il babbo, e siccome s’interessava pure del mio canto, propose di riunirci insieme con Sonny White, che era stato mio accompagnatore, per tirarne fuori una canzone. Così ci almanaccammo sopra noi tre e in tempo tre settimane fu finita. Ci dette una mano anche Danny Mendelson, un compositore che mi aveva fatto degli arrangiamenti.

Lui arrangiò appunto la musica e poi tutti sotto con le prove. Io ci buttai tutte le mie energie, perché non ero mai perfettamente certa di poter rendere l’idea, o quanto meno a far comprendere a un pubblico di svaporati e di cocchi di mamma tipo night club tutto ciò che quella canzone voleva dire per me.

La mia paura cane era che non piacesse affatto, e la prima volta che la presentai al pubblico mi venne il sospetto di aver fatto un grosso sbaglio, e che forse era meglio che non l’avessi cantata. Alla fine del pezzo non accadde nulla, non ci fu neppure un briciolino di applausi, non il più leggero brusio. Poi attaccò un isolato a battere timidamente le mani, e in un attimo gli applausi scrosciarono giù da tutte le parti.

David Margolick in un suo prezioso volumetto recentemente pubblicato anche in italiano si è preso la briga di mettere ordine in quelli che chiama gli “strafalcioni” contenuti in questo passo, che egli attribuisce alla stessa Holiday più che al suo biografo William Dufty. In realtà Billie voleva più o meno consciamente ammantare di un’aurea mitica il testo collegandolo alla morte del padre, deceduto nel 1937 in seguito ad un attacco di polmonite, dopo che molti ospedali si erano rifiutati di ricoverarlo a causa del colore della sua pelle.

In realtà Lewis Allan (e non Allen come lei dice) era soltanto lo pseudonimo del vero autore, che si chiamava in realtà Abel Meeropol. Questi era un attivista politico di sinistra, noto in seguito perché, assieme alla moglie Anne, aveva adottato gli orfani di Ethel e Julius Rosenberg, condannati a morte per un’ingiusta accusa di spionaggio in epoca maccartista.

Purtroppo in questo periodo un’altra tegola le cade sul capo: l’asservimento alle droghe pesanti, cosa purtroppo molto frequente fra i musicisti jazz del tempo. Questa circostanza getterà la povera Billie in un autentico mare di guai. Allora la legislazione americana era fortemente e ciecamente repressiva nei confronti delle droghe, molto più di ora, il che è tutto dire. Il bello è che i guai per lei cominceranno proprio quando deciderà di entrare in una clinica a pagamento per disintossicarsi. Qualcuno del personale la tradì e spifferò il suo nome alla squadra narcotici. Da allora non ebbe più pace: perquisizioni a non finire, trappole, pedinamenti, insomma sarà costretta ad entrare ed uscire di prigione. Per di più la priveranno della cabaret-card, la licenza che consentiva di esibirsi nei locali di New York, insomma una spirale di disperazione dalla quale non riuscirà più a sollevarsi.

Billie Holiday

Nel novembre 1958 Lady Day (questo era il soprannome datole dal suo grande amico, il sassofonista Lester Young), nel corso di una tournée in Europa, fu scritturata per un concerto in Italia, a Milano. Purtroppo chi organizzò la cosa non doveva avere la minima idea di chi fosse e in quali condizioni si trovasse, infatti la serata prevedeva la sua presenza al teatro Smeraldo, che allora era specializzato in avanspettacolo. Conoscete il genere: comici che raccontavano barzellette sconce, ballerine seminude e un pubblico becero e crudele tipo quello descritto da Federico Fellini in alcuni suoi film.

Ebbene, provate ad immaginare la scena: quando Billie si presentò sul palco aveva un aspetto spettrale, la sua voce dolente ed incrinata dalle sofferenze fisiche e psicologiche fu accolta da uno sconcerto che ben presto si tramutò in pesante contestazione. Subissata dai fischi fu costretta a lasciare il palco dopo solo due canzoni. Per fortuna un ristretto gruppo di appassionati di jazz che erano presenti si prese cura di lei, la accolse sotto la sua ala protettiva e la portò con sé in un club la cui atmosfera era certamente più adatta al suo temperamento e alla sua voce.

Dopo qualche buon bicchiere di whisky, Billie riprese a cantare e la magia si riaccese. Confortata dall’affetto dei presenti lei cantò come sapeva e la serata terminò all’alba in un’atmosfera di struggente partecipazione.

Nonostante tutte queste disavventure una cosa che mi ha sempre colpito molto è che Billie, anche nell’ultimo periodo della sua vita, non ha mai cessato di rinnovare il suo repertorio e di tentare nuove strade espressive, basterà osservare a questo proposito che nelle tre sedute di incisione datate dal 3 all’11 marzo 1959 (effettuate a soli quattro mesi dalla morte), ella cantò ben dodici brani mai incisi in precedenza. Uno sforzo interpretativo davvero notevole che possiamo leggere come una testimonianza del fatto che in lei esisteva ancora un progetto di vita, una voglia di non cedere ai colpi della malasorte.

Ma veniamo ora a parlare dell’importanza di Billie come cantante, cercando di capire che cosa ha significato la sua figura nella storia del jazz. Cominciamo a vedere quali erano le influenze artistiche di Billie. È lei stessa a dircelo:

All’infuori dei dischi ascoltati da bambina, di Bessie Smith e di Louis Armstrong, non credo che nessuno abbia veramente influenzato il mio modo di cantare, né allora né adesso. So che avrei desiderato avere la qualità di voce di Bessie e il sentimento di Pops . La gente mi chiede sempre qual è il mio stile, da cosa è derivato, e tutte quelle solite domande lì, ma io non so mai cosa dire. Quando ti capita una melodia con dentro qualche cosa non c’è affatto bisogno di seguir tanti stili, lo senti e basta, e mentre tu la canti anche gli altri sentono qualcosa. Con me non serve star lì tanto a rimuginare, a far prove su prove e arrangiamenti: se una canzone mi tocca da vicino, di lavoro non ce n’è mai bisogno.

Lady Day aveva questo straordinario dono di saper variare continuamente i tempi, le inflessioni, i toni, ma lo faceva senza affettazione, le veniva del tutto naturale, non lo faceva per stupire, lei rompeva ogni volta le regole protetta di una sorta di pudore, sembrava quasi dire: «Scusate, ma è così che so fare, non posso farne a meno».

E questo rendeva tutto più sincero, più coinvolgente. La sua voce acquistava grandezza dalle sue stesse limitazioni: di volume ed estensione quanto mai modesti, trovava nel microfono un necessario complemento, uno strumento che ne proiettava ed amplificava le originalissime trame espressive, come ha notato un acuto critico italiano, Luciano Federighi.

Il suo timbro vocale era solcato da cento impurità, ora velato, ora raschiante, una sorta di sassofono contralto screziato che nel solo mutare colore rivelava spaccature emotive e l’irrequietezza di una naturale intelligenza musicale che, avvicinandosi al tono più alto si schiariva sovente in un candore fragile, stupito.

Il fraseggio, servito da un timing morbido, era straordinariamente inventivo nella sua disarmante linearità. Autonomo rispetto alle melodie, tendeva ad appiattirle nelle parti più banali ed involute, e sappiamo che Billie nella sua lunga carriera ha affrontato anche temi musicali provenienti dalla più vieta e stucchevole produzione pop. In fondo però, ciò che conta è sempre la sua straordinaria interpretazione, al di là delle parole che lei cantava.

Lei sapeva accrescere la tensione e a sviluppare quel senso di attesa connaturato all’espressione afro-americana, piazzando pause, prolungamenti e ritardi senza artificiosità, senza apparente sforzo di ricostruzione, facendo parlare e cantare anche le canzoni meno ispirate.

Ecco un’altra toccante confessione sul suo “credo” artistico:

Mi hanno detto che nessuno canta la parola «fame», e la parola «amore», come le canto io. Forse è perché so cosa han voluto dire queste parole per me, e quanto mi sono costate. Forse è perché son così orgogliosa da volere per forza ricordare Baltimora e Welfare Island , l’istituto cattolico e il tribunale di Jefferson Market, lo sceriffo davanti al ritrovo nostro di Harlem, e le città sulla costa da un oceano all’altro dove ho preso le mie batoste e le mie fregature, Filadelfia e Alderson, San Francisco e Hollywood; ricordare metro per metro ogni dannato pezzo di tutto questo.

Tutte le Cadillac e i visoni di questo mondo, e io ne ho avuti un bel po’, non possono ripagarmi e nemmeno farmi dimenticare. Tutto quel che ho imparato in tutti questi posti da tutta questa gente si può riassumere in quelle due parole. Nella vita, per prima cosa devi avere da mangiare e un po’ d’amore; dopo uno può anche mettersi a sentire le prediche. Tutto quel che sono e tutto quello che voglio dalla vita parte da questo punto.

Billie Holiday è morta il 17 luglio 1959 in una stanza d’ospedale piantonata dalla polizia, perché era stata nuovamente arrestata per uso e detenzione di droghe.